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9 Agosto 2021
13:42

La catastrofe climatica incombe ed è solo colpa nostra: cosa dobbiamo fare ora per salvarci

Nel nuovo rapporto dell’ONU dedicato all’impatto dei cambiamenti climatici si sottolinea che il riscaldamento globale è figlio – senza alcun dubbio – delle nostre attività legate ai combustibili fossili. C’è ancora tempo per salvare l’umanità dalle “sofferenze indicibili” scatenate dalla catastrofe climatica, ma dobbiamo agire immediatamente, senza alcun indugio. Ecco cosa abbiamo provocato alla Terra e cosa possiamo fare per rimediare ai danni.
A cura di Andrea Centini
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La catastrofe climatica è sempre più vicina e ad accenderne la miccia, senza alcun dubbio, sono state le attività umane a partire dalla Rivoluzione Industriale, che hanno prodotto un costante riscaldamento del pianeta attraverso l'immissione di gas a effetto serra in atmosfera. Fortunatamente c'è ancora speranza per evitare che essa si abbatta sull'umanità, perlomeno nella sua forma più distruttiva; tuttavia, per scongiurare questa crisi che sta già facendo sentire i suoi effetti, è fondamentale agire immediatamente e in modo drastico contro le emissioni di anidride carbonica (CO2), metano, biossido di azoto e altri composti inquinanti in grado di far “salire la febbre” alla Terra. Sono questi i punti fondamentali dell’ultimo rapporto dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il Sixth Assessment Report, la cui pubblicazione finale è attesa nel 2022 ma del quale oggi l'agenzia delle Nazioni Uniti (ONU) ha presentato la prima parte. Potete consultarla cliccando sul seguente link.

“L’odierno IPCC Working Group 1 Report rappresenta un codice rosso per l’umanità. Se uniamo le nostre forze adesso, possiamo scongiurare la catastrofe climatica. Ma, come specifica il rapporto odierno, non c’è tempo per indugiare e non c’è spazio per le scuse. Conto sui leader dei governi e su tutte le parti interessate affinché si garantisca che la COP26 sia un successo”, ha dichiarato in un comunicato stampa António Guterres, segretario generale dell’ONU. Questo rapporto, ha aggiunto il politico portoghese in carica dal 2017, “deve suonare una campana a morto per il carbone e per i combustibili fossili, prima che distruggano il nostro pianeta”. Insomma, senza mezzi termini si invitano tutte le parti in causa a prendere seriamente il nuovo documento – il più approfondito sull'impatto dei cambiamenti climatici – e ad agire in modo fermo e senza tentennamenti, per un cambio netto e radicale nei nostri stili di vita e soprattutto nel modo in cui produciamo energia, passando il più rapidamente possibile dal consumo di combustibili fossili alle energie rinnovabili: solare, eolica, idroelettrica, geotermica e quelle basate sulla forza delle maree e delle onde di mari e oceani. "I Paesi dovrebbero anche porre fine a tutte le nuove esplorazioni e produzioni di combustibili fossili e spostare i finanziamenti dai combustibili fossili alle energie rinnovabili. Entro il 2030, la capacità solare ed eolica dovrebbe quadruplicare e gli investimenti nelle energie rinnovabili dovrebbero triplicare, per mantenere una traiettoria netta verso le emissioni zero la metà del secolo", ha aggiunto Guterres.

Ma quali sono i dati emersi dal rapporto, al quale hanno collaborato anche tre scienziati italiani del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR)? Innanzitutto si specifica che nel 2019, prima dello scoppio della pandemia di COVID-19, i livelli di anidride carbonica in atmosfera era i più alti mai registrati negli ultimi 2 milioni anni. Un record negativo che presto verrà battuto, considerando che tale primato di CO2 nell'atmosfera sarà superato nel 2023, secondo il recente rapporto “Sustainable Recovery Tracker” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE). L'immissione di questo e altri gas a effetto serra, come il già citato metano – del quale si teme una “bomba” pronta a esplodere sotto al permafrost siberiano -, secondo l'ONU in soli 50 anni ha determinato un'accelerazione nel riscaldamento della Terra senza paragoni negli ultimi duemila anni. Dagli anni '70 del secolo scorso, inoltre, l'aumento della temperatura superficiale è stato più rapido che in ogni altro cinquantennio degli ultimi 2mila anni. Com'è noto, tra i principali effetti dell'aumento della temperatura vi è lo scioglimento dei ghiacci e il conseguente innalzamento del livello del mare, che rischia di far sprofondare sott'acqua intere isole (soprattutto dell'Oceano Pacifico), metropoli e regioni costiere, comprese molte di quelle italiane.

Se continueremo a immettere CO2 e altri gas a effetto serra ai ritmi attuali, entro dieci anni salterà (senza possibilità di recupero) l'obiettivo più virtuoso dell'Accordo di Parigi sul Clima, ovvero quello di impedire un aumento superiore di 1,5° C rispetto all'era preindustriale. Ma secondo l'ONU presto potrebbe diventare fuori portata anche il target più permissivo, ovvero il non superamento di 2° C. “I campanelli d'allarme sono assordanti e le prove sono inconfutabili: le emissioni di gas serra dovute alla combustione di combustibili fossili e alla deforestazione stanno soffocando il nostro pianeta e mettendo a rischio immediato miliardi di persone”, ha tuonato Guterres, invitando nuovamente tutti a un'azione decisa e soprattutto immediata. Basti pensare che gli oceani hanno registrato un innalzamento di ben 20 centimetri dal 1900, inoltre il tasso con cui continuano a salire è quasi triplicato negli ultimi dieci anni. Il livello medio del mare è aumentato più rapidamente dall'inizio del secolo scorso rispetto a qualsiasi altro secolo precedente, almeno negli ultimi tremila anni. La Groenlandia, dove gli effetti risultano particolarmente marcati, solo nel 2019 ha perso mezzo miliardo di tonnellate di ghiaccio. I ghiacciai si stanno ritirando a ritmi drammatici sia sulle montagne (quello della Marmolada potrebbe sparire entro 30 anni) che ai poli; a partire dagli anni '50 del secolo scorso il ritmo del loro scioglimento non ha paragoni negli ultimi duemila anni. Nello scenario peggiore, secondo l'ONU, entro il 2100 il mare a causa di questo processo potrebbe essere più alto di 2 metri rispetto al livello attuale, erodendo coste, facendo sparire atolli e sommergendo intere città costiere.

Il riscaldamento globale comporta anche siccità sempre più grave; perdita di raccolti e vere e proprie carestie; incendi più vasti e catastrofici; più giorni di ondate di calore estremo e mortali, come la "cupola di calore" che recentemente ha ucciso centinaia di persone in Nord America e oltre un miliardo di animali marini; fenomeni alla stregua di trombe d'aria, tempeste e alluvioni più devastanti e moltissimo altro ancora. Un recente studio, ad esempio, ha determinato che l'aumento delle temperature e la conseguente immissione di acqua dolce in mare (a causa dello scioglimento dei ghiacci) sta alterando uno dei principali sistemi di corrente oceanica, l'Atlantic Meridional Overturning Circulation o AMOC che include anche la Corrente del Golfo. C'è il rischio che collassi determinando conseguenze climatiche catastrofiche; l'Europa, ad esempio, potrebbe perdere repentinamente il suo caratteristico clima mite, mentre in India e in altri Paesi si arresterebbero le abbondanti piogge stagionali alla base di raccolti che sostentano miliardi di persone. Non è difficile immaginare che innanzi a carestie catastrofiche, intere porzioni di terre emerse finite sott'acqua e risorse naturali sempre più scarse, si inneschino migrazioni di massa colossali e vere e proprie guerre globali per accaparrarsi il poco che la Terra martoriata da noi stessi riuscirà ancora a donarci. A causa di tutto ciò alcuni scienziati ipotizzano la fine della civiltà come la conosciamo oggi già a partire dal 2050.

Durante il lockdown dello scorso anno le emissioni di CO2 sono crollate complessivamente del 7 percento, ma ciò non ha comportato alcun beneficio a lungo termine, poiché alla ripresa delle attività esse sono “rimbalzate” rapidamente ai livelli prepandemici. Non servono infatti riduzioni straordinarie e limitate nel tempo, ma interventi strutturali e scelte di vita che aiutino a ridurre le emissioni di CO2 in modo costante e duraturo. I singoli, ad esempio, possono puntare su una dieta basata principalmente su prodotti di origine vegetale e acquistare auto meno inquinanti, per ridurre la propria impronta carbonica, mentre i governi devono ribaltare i processi produttivi ed energetici, investendo su infrastrutture green e puntare alla neutralità carbonica nel più breve tempo possibile. La U.S. Energy Information Administration, ad esempio, ha appena annunciato che nel 2020 gli Stati Uniti hanno prodotto più energia dalle fonti rinnovabili che dal carbone e dal nucleare per la prima volta nella loro storia. Si tratta di una pietra miliare, considerando che gli USA sono tra le nazioni più inquinanti del pianeta assieme alla Cina, che a sua volta ha annunciato che punterà alle emissioni zero entro il 2060 (l'Unione Europea entro il 2050). Alcune azioni concrete sono state fatte ma al momento primeggiano ancora i proclami, mentre molti Paesi sono ancora molto indietro nella road map. Il tempo, seppur poco, per fortuna c'è ancora secondo gli esperti. Se infatti ci comporteremo bene, l'obiettivo minimo di 1.5° C in più rispetto all'epoca preindustriale potrebbe comunque essere superato a breve, ma entro il 2100 ci sarà una riduzione a 1,4° C, tenendo l'umanità al riparo dagli effetti più drammatici del riscaldamento globale, dei quali siamo i soli responsabili.

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