Nel momento in cui stiamo scrivendo ci sono tre vaccini anti COVID approvati per l'uso di emergenza nell'Unione Europea e in Italia: si tratta del tozinameran/BNT162b2 sviluppato da Pfizer-BioNTech; dell'mRNA-1273 di Moderna-NIAID e dell'AZD1222 di AstraZeneca-Oxford-Irbm. In sperimentazione ce ne sono attualmente circa 250, secondo il documento “Draft landscape and tracker of COVID-19 candidate vaccines” dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), e alcuni di essi potrebbero essere autorizzati dall'Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e dall'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) nel giro di poche settimane. Tra i più vicini alla linea del traguardo ci sono l'Ad26.COV2.S di Johnson & Johnson e il CVnCoV di CureVac, così come potrebbe arrivare presto anche il vaccino Sputnik V del Gamaleya Research Institute di Mosca, distribuito già da tempo in Russia. Si tratta di un dedalo di preparazioni basate su tecnologie, eccipienti, dosaggi e anche metodi di conservazione differenti, alcune delle quali possono presentare una significativa differenza anche nell'efficacia, come mostrano i risultati degli studi clinici pubblicati fino ad oggi. Dunque qual è il vaccino migliore per proteggersi dalla COVID-19, ovvero dall'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2?

I dubbi sono emersi con la pubblicazione dei risultati preliminari dello studio di Fase 3 “ENSEMBLE” relativi al vaccino candidato di Johnson & Johnson, che paiono ben al di sotto delle preparazioni già autorizzate. Se infatti i vaccini di Pfizer-BioNTech e Moderna-NIAID hanno dimostrato un'efficacia del 95 percento circa, quella media dell'Ad26.COV2.S è risultata essere del 66 percento, con alcune differenze su base regionale. Ad esempio, negli Stati Uniti è risultata del 72 percento, mentre in Sudafrica del 57 percento, dove tuttavia circola una variante – chiamata 501.v2 – nota per una ridotta sensibilità agli anticorpi e una certa capacità di “eludere” l'efficacia del vaccino, a causa delle mutazioni sviluppate. Se si potesse scegliere, questi dati tenderebbero a far propendere verso le preparazioni con un'efficacia maggiore, come dichiarato in una conferenza stampa dal professor Anthony Fauci, infettivologo e capo della task force della Casa Bianca per l'emergenza coronavirus. “Ti svegli e pensi: ‘bene, se entro nella porta a sinistra ottengo il 94 o 95 percento, se invece vado a quella di destra ottengo il 72 percento', da quale porta voglio passare?”, ha sottolineato lo scienziato. La risposta sembrerebbe lapalissiana, parlando di protezione nei confronti di una malattia che ha già ucciso 2 milioni di persone, ma il punto è che questi dati vanno interpretati correttamente.

Come specificato da Fauci, infatti, è fondamentale tenere presente soprattutto il fattore protezione verso la malattia grave e la morte, per le quali tutti questi vaccini hanno mostrato un'efficacia praticamente totale. In base ai dati comunicati da Johnson & Johnson, ad esempio, la protezione dalla malattia grave è stata dell'85 percento, ma è risultata totale nel prevenire il ricovero in ospedale e il decesso. Si tratta di un risultato estremamente positivo, se si tiene conto che tale risultato è stato ottenuto anche, in Sudafrica dove sta appunto circolando una variante con caratteristiche preoccupanti. “Più importante che prevenire alcuni dolori e il mal di gola – ha sottolineato Fauci – è evitare le malattie malattie gravi, specialmente nelle persone con condizioni di base e negli anziani, che hanno maggiori probabilità di ammalarsi gravemente e morire per la COVID-19. “Se riesci a prevenire le malattie gravi in un'alta percentuale di individui, ridurrai in modo significativo la sofferenza e la morte a causa di questa epidemia, in particolar in questo momento. Come ben sappiamo, nelle ultime settimane, il nostro sistema sanitario è stato stressato dal numero di persone che necessitano di ricovero in ospedale, oltre che di cure intensive”, ha aggiunto Fauci.

Va inoltre ricordato che il virus muta costantemente, e i diversi studi clinici hanno valutato ceppi differenti, per i quali i vaccini possono avere un'efficacia diversa. L'NVX-CoV2373 di Novavax, ad esempio, ha un'efficacia media dell'89,3 percento, dell'85,6 percento contro la variante inglese e del 49,4 percento contro quella sudafricana. Questi dati non sono disponibili per tutti i vaccini perché appunto gli studi clinici sono stati condotti in tempi diversi e in luoghi diversi. “Bisogna riconoscere che Pfizer e Moderna avevano un vantaggio”, ha dichiarato il dottor William Schaffner, infettivologo presso la Vanderbilt University. “Hanno fatto i loro test clinici prima che le varianti diventassero molto evidenti. Johnson & Johnson stava testando il suo vaccino non solo contro il ceppo standard, ma anche con le varianti in circolazione”, ha aggiunto lo scienziato al New York Times. Insomma, basarsi sui freddi numeri senza interpretarli nel contesto potrebbe trarre in inganno; qualunque preparazione autorizzata o in via di approvazione da parte delle autorità regolatorie (come EMA ed FDA) è e sarà di enorme aiuto nel combattere la pandemia. I problemi logistici legati alla produzione e alla distribuzione rendono infatti necessario mettere in campo quanti più vaccini possibili, e se anche emergono differenze nei dati, gli esperti sottolineano che è fondamentale vaccinare quante più persone possibili nel tempo più breve possibile, anche per evitare che il virus continui a diffondersi e a sviluppare mutazioni.

Come sottolineato alla CNN dal dottor Paul Offit, esperto di vaccini del Children's Hospital di Philadelphia, se vi fosse una fornitura abbondante di vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna, si tratterebbe delle sue prime scelte per via della maggiore efficacia complessiva. Tuttavia non è affatto sfiduciato nei confronti del vaccino di Johnson & Johnson, grazie alla notevole protezione offerta contro il ricovero e la morte. “Vuoi stare fuori dall'ospedale e fuori dall'obitorio. Ecco cosa vuoi realmente”, ha affermato lo scienziato. Se si considera anche che l'Ad26.COV2.S risulta efficace con una singola dose e può essere conservato anche in frigorifero, potrà essere distribuito nelle aree dove non ci sono infrastrutture per la conservazione ultrafredda, necessaria ad esempio per la preparazione di Pfizer; pertanto questo vaccino potrebbe giocare un ruolo molto significativo in diverse regioni del pianeta, così come potrebbero farlo gli altri in arrivo. Saranno i decisori politici a distribuire le dosi in base alle priorità, alle fasce di età (ad esempio quello di AstraZeneca funziona meglio in chi ha meno di 55 anni) e a tutti gli altri fattori potenzialmente in grado di influenzare l'efficacia di un vaccino, ma tutti quelli che riceveranno (o hanno già ricevuto) il via libera sono sicuri ed efficaci. Naturalmente in caso di allergia agli eccipienti e altre condizioni, la somministrazione del vaccino "giusto" andrà valutata col medico curante. Senza dimenticare che le case farmaceutiche e i laboratori di tutto il mondo sono al lavoro per produrre preparazioni aggiornate, in grado di garantire maggiore protezione anche contro le varianti emergenti.