Rendering del coronavirus. Credit: KAUST; Ivan Viola
in foto: Rendering del coronavirus. Credit: KAUST; Ivan Viola

Alla data odierna, sabato 21 novembre, in base al documento “Draft landscape of COVID-19 candidate vaccines” ci sono sono ben 212 vaccini candidati in sperimentazione contro il coronavirus SARS-CoV-2. Circa il 75 percento si trova ancora nella fase pre-clinica, viene cioè testato ancora su modelli animali e cellule in provetta, mentre il restante 25 percento è già approdato nella clinica (test sull'uomo), con una manciata di preparazioni ormai prossima alla possibile autorizzazione da parte delle autorità competenti. Il colosso farmaceutico Pfizer, ad esempio, ha appena depositato alla FDA la richiesta di approvazione di emergenza (EUA) per il suo vaccino BNT162b2 e ha inviato documentazione analoga alle agenzie competenti di tutto il mondo (compresa quella dell'Unione Europea). A breve seguiranno la stessa strada anche Moderna Inc col suo mRNA-1273 e Astrazeneca col ChAdOx1 (o AZD1222), sviluppato in collaborazione tra lo Jenner Institute dell’Università di Oxford e l’azienda italiana Advent-Irbm (Pomezia). Altri “scalpitano” poco più indietro sul rettilineo del traguardo. Ammesso che tutti questi vaccini siano sicuri ed efficaci, come suggeriscono i dati degli studi clinici fin qui pubblicati, possiamo essere certi che il coronavirus SARS-CoV-2, evolvendosi, non possa sviluppare una resistenza ed eluderli?

Come spiegato dai professori Andrew Read e David Kennedy dell'Università Statale della Pennsylvania in un articolo pubblicato su The Conversation, non possiamo escludere con assoluta certezza l'emersione di mutazioni in grado di favorire il virus. I due scienziati, il primo docente di Biologia, Entomologia, Biotecnologia e Direttore presso l'Huck Institutes of the Life Sciences e il secondo assistente professore di Biologia, in apertura del proprio scritto hanno fatto riferimento a un farmaco contro il virus dell'HIV, il patogeno responsabile dell'AIDS. Il primo medicinale messo a punto contro questo virus risultò molto efficace e riuscì a salvare pazienti in fin di vita, ma gli scienziati si accorsero – con enorme disappunto – che l'efficacia era solo di breve durata. Il motivo risiede nel fatto che il virus aveva sviluppato rapidamente una resistenza, grazie a una mutazione casuale che gli aveva permesso di sopravvivere e continuare a replicarsi. Il motivo per cui non esistono (ancora) vaccini definitivi contro l'influenza, l'HIV, il parassita della malaria e altri patogeni è dovuto proprio alla notevole velocità con cui essi mutano. Questo spiega anche il fatto per cui il vaccino contro l'influenza va rifatto ogni anno (va tenuto presente anche il numero significativo di virus mutevoli che la provocano). Fortunatamente, tuttavia, come spiegato da Read e Kennedy “la maggior parte dei vaccini umani non è stata minata dall'evoluzione microbica”.

I due esperti citano due esempi significativi: il primo è quello del patogeno responsabile del vaiolo, che è stato eradicato perché non è stato in grado di sviluppare mutazioni in grado di resistere al vaccino; il secondo è quello del morbillo, che ancora non ha dato vita ad alcun ceppo capace di superare l'immunità determinata dal potente vaccino. Gli scienziati segnalano però anche un'eccezione, quella di un virus responsabile di una polmonite che è stato in grado di sviluppare resistenzaa un vaccino, costringendo gli scienziati a metterne a punto uno nuovo (hanno impiegato ben 7 anni). In test di laboratorio molti patogeni hanno dimostrato che possono sviluppare mutazioni in grado di aggirare l'immunità dei vaccini (come quelli che provocano l'epatite B e la pertosse), dunque non è detto che col SARS-CoV-2 saremo così “fortunati”. È un virus pandemico che ha dato vita a una moltitudine di ceppi e che addirittura è passato ai visoni e dai visoni è ripassato all'uomo, presentando una mutazione che ha preoccupato molto gli scienziati danesi (tanto da spingere il governo ad abbattere oltre 17 milioni di esemplari, tutti quelli imprigionati negli allevamenti del Paese). Il rischio c'è e non si può negare, ciò nonostante al momento non sono state osservate mutazioni cruciali (a parte una che l'avrebbe reso più infettivo) e soprattutto in grado di ostacolare il vaccino.

Secondo Read e Kennedy un vaccino anti COVID "a prova di mutazioni" dovrebbe avere le seguenti tre caratteristiche: innanzitutto deve essere “altamente efficace nel sopprimere la replicazione virale”, perché senza replicazione non si hanno né trasmissione né evoluzione; in secondo luogo, deve colpire più parti del patogeno e non solo un punto specifico, perché una sola parte ha maggiori probabilità di mutare e aggirare l'immunità dovuta al farmaco; terzo, deve proteggere da tutti i ceppi circolanti. Ancora non sappiamo quali dei vaccini in sperimentazione contro il coronavirus abbiano queste caratteristiche “a prova di evoluzione”; lo sapremo solo col tempo. Gli scienziati sottolineano che se proprio il virus dovesse mutare, sarebbe meglio per tutti che prendesse la strada dell' “invisibilità”, cioè quella che prevede una replicazione lentissima o un annidamento in organi dove il sistema immunitario è meno efficiente. Un “basso profilo”, dunque, che gli garantirebbe la sopravvivenza, ma che non causerebbe malattie gravi nelle persone. Infine, non sappiamo ancora se il SARS-CoV-2 abbia qualche “arma” in grado di disattivare anche solo parzialmente il sistema immunitario, spiegano i due scienziati, e un vaccino potrebbe anche aiutare i ceppi mutanti con tale capacità ad emergere. Sarà una lunga battaglia, ma già dal prossimo anno si spera davvero di poter iniziare ad assestare i colpi del ko al patogeno che ha messo in ginocchio il mondo intero.