2.655 CONDIVISIONI
Coronavirus
3 Luglio 2020
10:54

Il coronavirus è mutato: i ceppi più diffusi infettano meglio le cellule e forse sono più contagiosi

A causa di una mutazione riscontrata nella proteina S del coronavirus SARS-CoV-2, oggi i ceppi dominanti hanno una maggiore capacità di infettare le cellule umane e forse sono più contagiosi, ma non determinano sintomi più gravi della variante originale del patogeno. A suggerirlo i risultati di uno studio pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Cell.
A cura di Andrea Centini
2.655 CONDIVISIONI
Il nuovo coronavirus visto al microscopio elettronico in falsi colori. Credit: NIAID–RML
Il nuovo coronavirus visto al microscopio elettronico in falsi colori. Credit: NIAID–RML
Attiva le notifiche per ricevere gli aggiornamenti su
Coronavirus

I ceppi di coronavirus SARS-CoV-2 che oggi rappresentano il principale “motore” della pandemia differiscono da quello originale emerso in Cina, alla fine dello scorso anno. Presentano infatti un mutazione specifica a livello della proteina S (o Spike), che secondo un nuovo studio – basato su una ricerca preliminare pubblicata all'inizio di maggio – permetterebbe al coronavirus di infettare più agevolmente le cellule umane. La variante mutata sarebbe inoltre maggiormente trasmissibile e responsabile di una carica virale più elevata nei positivi, ma non di condizioni cliniche più gravi per i pazienti. Sono tutte ipotesi che andranno confermate da indagini più approfondite.

A determinare che i ceppi di coronavirus attualmente dominanti sono una versione mutata è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati americani del Laboratorio Nazionale di Los Alamos, in stretta collaborazione con i colleghi del Centro di Ricerca Biomedica dell'Università di Sheffield (Gran Bretagna), dell'Istituto sui Vaccini dell'Università Duke, dell'Istituto di Immunologia di La Jolla e dello Sheffield COVID-19 Genomics Group. Gli scienziati, coordinati dalla dottoressa Bette Korber, ricercatrice del Dipartimento di Biologia Teorica e Biofisica presso il laboratorio di Los Alamos, all'inizio di maggio pubblicarono una ricerca preliminare nella quale sottolineavano che si stava diffondendo una variante genetica più contagiosa del coronavirus chiamata D614G, a causa di una mutazione nella sua proteina S. Quest'ultima, una glicoproteina che forma le strutture a “ombrellino” attorno al pericapside (guscio esterno) del patogeno, viene sfruttata per legarsi al recettore ACE2 delle cellule umane, disgregare la parete cellulare, far riversare all'interno l'RNA virale e dare inizio alla replicazione e dunque all'infezione (la COVID-19).

Una mutazione alla proteina S è considerata particolarmente importante proprio perché è alla base del processo infettivo, e non è un caso che molti vaccini candidati puntino a colpirla. Qualora dovesse mutare troppo, infatti, le "armi" anti COVID in sperimentazione potrebbero non essere efficaci; ecco perché una ricerca come quella guidata dal Laboratorio Nazionale di Los Alamos risulta molto preziosa. I risultati pubblicati a maggio furono tuttavia criticati durante il processo di revisione tra pari, e la dottoressa Korber e colleghi hanno così condotto ulteriori esperimenti per suffragare il proprio lavoro.

Innanzitutto, la ricerca originale si basava su 6mila sequenze genetiche del SARS-CoV-2 pubblicate sul database GISAID (Global Initiative for Sharing All Influenza Data), mentre la revisione su ben 30mila. In secondo luogo sono stati coinvolti 999 pazienti ricoverati negli ospedali britannici, contro i 470 della versione preliminare. Grazie a un numero superiore di campioni e ad analisi geografiche più raffinate per verificare la diffusione del ceppo D614G (legato a un semplice cambiamento tra l'amminoacido dell'acido aspartico e la glicina), è stato dimostrato che la circolazione della variante mutata era in costante aumento e sempre più capillare, indipendentemente dalle restrizioni ai viaggi. Korber e colleghi hanno supportato il dato della maggiore infettività attraverso esperimenti con cellule umane in provetta, nei quali è stato osservato che i ceppi con la glicina al posto dell'acido aspartico infettano le cellule umane dalle 3 alle 6 volte più efficacemente.

Le varianti circolanti sembrano dunque più "adattate" a infettarci, ma come specificano gli stessi autori dello studio, al momento non è possibile confermare se ciò catalizzi anche la trasmissibilità dell'infezione. Talvolta chi è infettato da D614G presenta una carica virale superiore rispetto a chi è stato infettato dalla versione “originale” del SARS-CoV-2, e questo potrebbe essere legato alla maggiore capacità infettiva. Fortunatamente quest'ultima non sembra essere correlata a un aggravamento della sintomatologia. I dettagli della ricerca “Tracking changes in SARS-CoV-2 Spike: evidence that D614G increases infectivity of the COVID-19 virus” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Cell.

2.655 CONDIVISIONI
27027 contenuti su questa storia
Lascia un commento!
Più che un giornale
Il media che racconta il tempo in cui viviamo con occhi moderni