L'aveva promesso durante la campagna elettorale e l'ha fatto immediatamente, nel suo primo giorno da presidente degli Stati Uniti. Joe Biden, insediatosi alla Casa Bianca mercoledì 20 gennaio, tra una firma e l'altra dei diversi decreti passati sulla sua scrivania ha anche sottoscritto il ritorno degli USA nell'accordo di Parigi sul Clima, dal quale erano usciti ufficialmente lo scorso 5 novembre (ma l'annuncio era stato già dato dal suo predecessore il 1 giugno del 2017). Che quella di Donald Trump è stata un'amministrazione profondamente anti ambientalista, del resto, lo si è visto non solo dalle posizioni negazioniste nei confronti dei cambiamenti climatici e dalle continue “carezze” alle industrie legate ai combustibili fossili, ma anche per la firma di misure che hanno sconcertato il mondo intero. Ad esempio, nell'estate 2019, diede mandato al ministro dell'Agricoltura di riattivare le concessioni e cancellare le restrizioni sul disboscamento della Tongass National Forest – tra le più grandi e importanti foreste della Terra – con l'obiettivo di poterci costruire strade, miniere e industrie. Un anno dopo è stato firmato il documento che ha spalancato le porte alle estrazioni di petrolio e gas nella più vasta area incontaminata dell'Alaska (Arctic National Wildlife Refuge – ANWR). E sempre in Alaska la sua amministrazione ha revocato alcune restrizioni alla caccia, dando il permesso di uccidere cuccioli di lupo e orso direttamente nelle tane, di attirare gli animali col cibo o di ammazzarli mentre guadano i fiumi direttamente dai motoscafi.

Con la nuova presidenza di Joe Biden è verosimile che tutte queste misure verranno bloccate, così come molte altre in grado di mettere a repentaglio l'ambiente, la nostra salute e la biodiversità. Non a caso tra le prime firme c'è stata anche quella del blocco alla costruzione dell'oleodotto “Keystone Xl” che avrebbe dovuto collegare il Canada al Golfo del Messico (una scelta preannunciata che ha già creato screzi diplomatici col Primo ministro canadese Justin Trudeau). Ma il rientro degli Stati Uniti nell'accordo di Parigi sul clima, sottoscritto nel 2015 dal presidente Obama e poi rinnegato da Trump, non è una misura di rapida applicazione come lo stop ai lavori a un mostruoso oleodotto, o a quello delle ruspe in una foresta. L'obiettivo sottoscritto a Parigi poco più di 5 anni fa prevede infatti di contenere l'innalzamento delle temperature medie ben al di sotto dei 2° C rispetto all'epoca preindustriale, con un obiettivo più virtuoso – e secondo gli scienziati quello necessario – di non superare gli 1,5 ° C. Tenendo presente che siamo già a 1,2 ° C oltre la soglia e che gli Stati Uniti rappresentano il secondo Paese più inquinante al mondo (dopo la Cina), oltre quello che ha inquinato più di tutti in assoluto, saranno richiesti interventi radicali e strutturali che abbracciano l'intero tessuto socio-economico statunitense.

Durante la campagna elettorale il neo presidente degli Stati Uniti ha annunciato che si impegnerà con politiche atte a eliminare le emissioni di anidride carbonica prodotte dal settore energetico entro il 2035, mentre punta a raggiungere la “neutralità climatica” – ovvero le emissioni zero – entro il 2050. È lo stesso obiettivo dell'Unione Europea, che nei prossimi anni punterà tutto su fonti rinnovabili come il fotovoltaico, l'eolico e l'energia ottenuta dalla forza del mare. Per evitare che la “febbre” del Pianeta superi gli 1,5° C è necessario ridurre ogni anno (fino al 2030) le emissioni di carbonio in atmosfera del 7-8 percento; incredibilmente è ciò che si stima sia avvenuto proprio nel 2020. Ma questo risultato virtuoso non è stato figlio delle politiche ambientaliste dei Paesi, bensì dei lockdown e delle altre restrizioni introdotte a livello globale per contrastare la pandemia di COVID-19. Meno traffico e meno industrie attive, del resto, non potevano che avere un impatto positivo sull'ambiente, come hanno dimostrato diversi studi. Ma c'è il rischio che con la piena ripresa delle attività e l'auspicata sconfitta del virus si verifichi un vero e proprio rimbalzo delle emissioni di CO2, il principale dei gas a effetto serra, che rischia di vanificare quanto ottenuto. Gli USA, con Obama, si impegnarono a ridurre le emissioni di CO2 del 26-28 percento entro il 2025, ma dopo l'amministrazione Trump questo traguardo ambizioso oggi appare assai lontano.

Biden ha in programma un piano ambientale sicuramente virtuoso, con l'intenzione di investire un budget di ben 2 trilioni di dollari per rendere più verdi l'economia e le infrastrutture USA. Ma non sarà semplice anche perché sarà necessaria la completa approvazione del Congresso. Si punterà a rendere gli edifici più efficienti e sostenibili dal punto di vista energetico, così come alla sostituzione del parco veicoli con mezzi elettrici. La California, ad esempio, ha recentemente annunciato che dal 2035 non permetterà più la vendita di veicoli nuovi con motori diesel o a benzina sul proprio territorio, e non si esclude che simili iniziative possano essere prese a livello nazionale. L'esempio degli USA è fondamentale anche per tutti quei Paesi che, osservando per anni le politiche anti ambientaliste di Trump, pur continuando a restare nell'accordo di Parigi non hanno intrapreso alcuna iniziativa concreta per contrastare i cambiamenti climatici. Eppure, così come siamo spaventati dalla pandemia, dovremmo esserlo anche del riscaldamento globale. Secondo il più ampio studio mai condotto sulla questione, migliaia di scienziati sono giunti alla conclusione che l'umanità andrà incontro a “indicibili sofferenze” se non si farà nulla per combatterli, e alcuni scienziati ipotizzano la fine della civiltà addirittura già entro il 2050. Per combattere i cambiamenti climatici anche la Cina ha recentemente dichiarato che punterà alle emissioni zero entro il 2060; col ritorno degli USA nell'accordo di Parigi, la speranza è che si inneschi un percorso virtuoso che porterà davvero all'introduzione di nuove misure in grado di proteggere il pianeta, la biodiversità che lo popola e la salute di tutti noi.