Esattamente cinque anni fa, lo studio “Accelerated modern human–induced species losses: Entering the sixth mass extinction” pubblicato sull'autorevole rivista ScienceAdvances annunciava l'entrata nella sesta estinzione di massa, un processo distruttivo che erode la biodiversità attraverso la scomparsa di molteplici specie, sia animali che vegetali. Come suggerisce la numerazione, non siamo innanzi a un fenomeno inedito per la Terra: i precedenti cinque eventi si verificarono al termine dell'Ordoviciano (443 milioni di anni fa); del tardo Devoniano (372,2 milioni di anni fa); del Permiano (251,4 milioni di anni fa); del Triassico (201 milioni di anni fa) e del Cretaceo (66 milioni di anni fa). Quest'ultimo è indubbiamente il più noto al grande pubblico, avendo determinato la scomparsa dei dinosauri non aviani e di altri affascinanti gruppi di animali preistorici, mentre il più catastrofico fu quello del Permiano, la cosiddetta “Grande Moria”, che spazzò via dalla Terra l'81 percento delle specie marine, il 70 percento dei vertebrati terresti e anche moltissimi insetti. Tutte le precedenti estinzioni di massa sono accomunate da cause scatenanti di origine naturale, come l'impatto di giganteschi asteroidi o fenomeni di vulcanismo estremo. La sesta estinzione di massa, tuttavia, non ha nulla a che fare con fenomeni naturali e ha un solo responsabile: l'essere umano.

Si stima che per far sopravvivere in modo sostenibile l'attuale popolazione mondiale umana (più di 7,7 miliardi di persone) servirebbe un pianeta più grande del 50 percento; ciò significa che ogni anno consumiamo molte più risorse di quelle che la Terra ci offre generosamente. Il cosiddetto Overshoot Day, cioè il giorno in cui si esauriscono il cibo, lo spazio occupabile, il legname e altre preziose risorse considerate sostenibili, nel 2019 è caduto il 29 luglio, tre giorni prima dell'anno precedente. Se continueremo a crescere in numero, a distruggere, depredare e invadere l'ambiente naturale, il nostro debito nei confronti del pianeta continuerà a salire anno dopo anno, fino a quando le riserve che oggi ci permettono di sopravvivere non basteranno più per tutti, innescando una catastrofe che metterà a repentaglio la sopravvivenza stessa dell'umanità. Il rischio di guerre globali per il territorio e le suddette risorse sarà ulteriormente catalizzato dall'impatto dei cambiamenti climatici, anch'essi causati dalla nostra avidità. Finiranno sott'acqua intere nazioni insulari e regioni costiere, spingendo popoli a ritirarsi nell'entroterra e a lottare per sopravvivere, con quel poco che ancora si potrà spremere dal pianeta inaridito.

Il drammatico scenario appena dipinto potrebbe sembrare lo scontato plot narrativo dell'ennesimo blockbuster hollywoodiano, ma è ciò che realmente stiamo rischiando di affrontare. Basti pensare che ben 11mila scienziati di tutto il mondo (tra i quali 250 italiani) hanno sottoscritto un articolo nel quale viene sottolineato l'estremo pericolo che stiamo correndo: se non faremo nulla per cambiare il nostro approccio alle risorse del pianeta, scrivono gli autori dello studio, nel prossimo futuro l'umanità andrà incontro a “indicibili sofferenze”. Secondo alcuni ricercatori la civiltà come la conosciamo oggi potrebbe addirittura sparire entro il 2050, a causa del nostro catastrofico impatto sulla natura. Ma le indicibili sofferenze di cui sopra le stanno già patendo le specie animali e vegetali in tutto il mondo, molte delle quali condannate a sparire per sempre soltanto per la miopia dell'essere umano.

Gli autori dell'articolo originale sulla sesta estinzione di massa hanno pubblicato un nuovo lavoro su Proceedings of National Academy of Sciences, nel quale hanno evidenziato che lo sterminio di animali non solo sta continuando senza sosta, ma sta anche accelerando. Fra le specie di vertebrati analizzati, hanno scoperto che ben 515 sono state portate sull'orlo dell'estinzione, con meno di mille esemplari rimasti in vita. Nell'arco del 20° secolo si stima siano scomparse a causa dell'uomo circa 540 specie di vertebrati, ma con gli attuali ritmi distruttivi, il team di ricerca guidato dal biologo Paul Ehrlich (Università di Stanford) ha determinato che questi numeri li stiamo raggiungendo in soli 20 anni. Nel complesso, su circa 8,7 milioni di specie – tra animali e vegetali – presenti sulla Terra, sono circa un milione quelle che rischiano di sparire a causa nostra.

La biodiversità o diversità biologica, termine coniato negli anni '80 del ‘900 dal professor Thomas Lovejoy, non rappresenta solo un insieme astratto di esseri viventi, un numero, ma "la base che sostiene tutta la vita sulla terra e sott'acqua", come sottolineato in un comunicato dell'ONU pubblicato in occasione della Giornata Mondiale dell'Ambiente, che si celebra ogni anno il 5 giugno. "La biodiversità – prosegue l'Organizzazione delle Nazioni Unite – è coinvolta in ogni aspetto della salute umana, fornendo aria e acqua pulite, cibi nutrienti, conoscenze scientifiche e nuove medicine, resistenza naturale alle malattie e contrasto ai cambiamenti climatici. La modifica o la rimozione di ciascun elemento di questa rete influenza l'intero sistema biologico e può produrre conseguenze negative”.

Una di queste "conseguenze negative" la stiamo vivendo adesso: la pandemia di coronavirus SARS-CoV-2 che sta mettendo in ginocchio il mondo intero. Il patogeno emerso in Cina alla fine del 2019 ha compiuto il cosiddetto spillover – il salto di specie da animale all'uomo – proprio a causa del nostro approccio distruttivo nei confronti della natura. Coronavirus come quello responsabile della COVID-19 circolano naturalmente nei pipistrelli, ma se distruggiamo la foresta e avviciniamo le nostre case all'habitat naturale in cui essi vivono, li catturiamo per mangiarli e ne contrabbandiamo le parti, veniamo inevitabilmente esposti a nuove malattie. I pipistrelli spesso rappresentano il serbatoio originale dei virus, ma i patogeni possono passare a ospiti intermedi in grado di facilitare la trasmissione all'uomo. È ciò che è accaduto con la SARS (attraverso lo zibetto) e con la MERS (attraverso il dromedario). Distruggendo gli habitat naturali, gli animali selvatici hanno meno spazio in cui sopravvivere e sono più spesso in contatto fra di essi, scambiandosi virus più facilmente. Ma questo processo può verificarsi anche nei cosiddetti mercati umidi, dove gli animali vengono ammassati in casse fatiscenti le une sulle altre e macellati all'aperto. Il sangue, il pus, gli escrementi e gli altri fluidi biologici potenzialmente contaminati passano da un esemplare all'altro, favorendo in questo modo il processo dello spillover, e l'emergere di pandemie catastrofiche.

Il pangolino è l'animale più contrabbandato del pianeta, per la sua carne e le squame, che vengono ampiamente utilizzate nella medicina tradizionale asiatica. Basti pensare che lo scorso aprile la polizia malese ha sequestrato ben 6 tonnellate di squame nascoste in un container di anacardi. Si tratta di animali classificati come in pericolo di estinzione nella Lista Rossa dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN): quante migliaia di esemplari sono state massacrate per fare 6 tonnellate di carico? E quanti di questi container sfuggono ai controlli della polizia? Il pangolino è solo la punta dell'iceberg di uno sfruttamento disumano della biodiversità, con conseguenze drammatiche sugli animali e su noi stessi. Molti scienziati ritengono che sia proprio il pangolino l'ospite intermedio del coronavirus SARS-CoV-2, la specie che avrebbe permesso il "salto". Immaginate un uomo con una mannaia che macella uno di questi animali, e a contatto con i suoi fluidi corporei sviluppa una “polmonite misteriosa” in grado di trasmettersi da persona a persona, che diffondendosi con i viaggi si trasforma nella catastrofe sanitaria, sociale ed economica più grande dalla Seconda Guerra Mondiale.

“Questa pandemia è la conseguenza della nostra persistente ed eccessiva intrusione nella natura e del vasto commercio illegale di animali selvatici, e in particolar modo i mercati della fauna selvatica, i mercati umidi dell'Asia meridionale e i mercati della “bushmeat” in Africa”, ha sottolineato il professor Lovejoy in una recente intervista al Guardian. “È abbastanza ovvio, era solo una questione di tempo prima che sarebbe successo qualcosa del genere”, ha aggiunto con amarezza lo scienziato. Se continueremo a sfruttare e distruggere la biodiversità a causa della nostra scelleratezza, non solo non avremmo più risorse per tutti, ma andremo incontro a nuove, catastrofiche pandemie, che spinte dai cambiamenti climatici saranno anche più frequenti.  "Quando distruggiamo la biodiversità, distruggiamo il sistema che supporta la vita umana", afferma l'ONU, aggiungendo che con la COVID-19 "la natura ci sta inviando un messaggio". Saremo in grado di ascoltarlo?