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Covid 19
15 Luglio 2021
11:21

Vaccino Covid ai bambini, quali sono i rischi e cosa sappiamo finora

Sin dall’inizio della pandemia di COVID-19 è noto che l’infezione da coronavirus SARS-CoV-2 risulta sensibilmente più pericolosa per le persone anziane con comorbilità, mentre giovani e bambini in salute rischiano meno, sebbene non manchino casi gravi e anche fatali nelle fasce di età più giovani. Per questa ragione (e per impedire l’emersione di nuove varianti) la campagna vaccinale in Italia e in altri Paesi è stata aperta dai 12 anni in su, in attesa dei risultati degli studi clinici per i più piccoli. Ecco cosa sappiamo sui rischi della vaccinazione nei bambini e negli adolescenti.
A cura di Andrea Centini
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Non esiste alcun farmaco sicuro al 100 percento per chiunque. Anche i più comuni analgesici da banco, nelle persone predisposte e suscettibili possono scatenare reazioni gravi e potenzialmente fatali. I vaccini, naturalmente non fanno eccezione, compresi quelli contro il coronavirus SARS-CoV-2. Ciò che porta le autorità competenti ad autorizzare i medicinali (e i medici a prescriverli) è il rapporto positivo tra potenziali rischi e benefici, che può variare sia per la popolazione generale che per le condizioni del singolo paziente. I quattro vaccini attualmente approvati per l'uso di emergenza da EMA e AIFA per prevenire la COVID-19 (AstraZeneca, Johnson & Johnson, Moderna e Pfizer) hanno tutti ampiamente provato di essere sicuri ed efficaci, sebbene naturalmente non siano mancate associazioni con rare reazioni avverse. Ad ogni modo, nel contesto di una pandemia mortale che ha strappato la vita a oltre 4 milioni di persone (128mila vittime solo in Italia), i vantaggi della vaccinazione sono sempre stati considerati sensibilmente superiori rispetto a eventuali rischi.

Questo discorso, tuttavia, può cambiare quando si prendono in considerazione le fasce di età più giovani, dove l'equilibrio tra rischi e benefici diventa meno solido. È noto sin dallo scoppio della pandemia che l'infezione da SARS-CoV-2 risulta molto più pericolosa per le persone anziane e con comorbilità (patologie pregresse), mentre per giovani e giovanissimi in salute i rischi – almeno quelli a breve termine – sono ritenuti minori. Lo dimostra anche un recente studio della Public Health England, il più approfondito mai condotto sull'impatto della COVID-19 sui minori di 18 anni. In un anno, in Inghilterra, sono stati ricoverati in ospedale per l'infezione seimila bambini e adolescenti, tra i quali hanno perso la vita in 25. Il tasso di mortalità calcolato dalla PHE è stato di appena 2 su 1 milione, dunque è considerato estremamente basso. Non a caso proprio nel Regno Unito i minori di 18 anni non vengono vaccinati, a meno che non abbiano gravi condizioni patologiche che li espongono al rischio di complicazioni. Altri Paesi come la Norvegia e il Portogallo escludono del tutto i minori dalla vaccinazione, mentre altri Paesi, tra i quali l'Italia, Israele e gli Stati Uniti, li stanno somministrando dai 12 anni in su. Tra i 12 e i 16 anni viene utilizzato soprattutto il vaccino a mRNA di Pfizer, che in uno studio ha dimostrato di essere ben tollerato e un'efficacia del 100 percento nella prevenzione della COVID-19. Anche l'altro vaccino a mRNA, quello sviluppato da Moderna, si è dimostrato efficace al 100 percento negli adolescenti tra i 12 e i 18 anni e senza indurre reazioni avverse severe. Nel frattempo le case farmaceutiche stanno sperimentando i propri vaccini anche nella fascia d'età 2 – 11 anni; l'autorizzazione è attesa entro il mese di settembre, almeno da parte della FDA americana, permettendo così un rientro a scuola in totale sicurezza.

I dati degli studi clinici hanno spianato la strada alla vaccinazione dei ragazzini in diversi Paesi, ma le autorità competenti continuano ad analizzare le segnalazioni di farmacovigilanza per soppesare il rapporto rischi – benefici nel mondo reale. È proprio sulla base di queste analisi che si è deciso di non raccomandare (e in alcuni casi di vietare) i vaccini a vettore adenovirale di AstraZeneca e Johnson & Johnson al di sotto di una certa fascia di età (60 anni in Italia), poiché associati a rarissimi eventi tromboembolici che nei giovani e nei giovanissimi non rendono più così positivo il rapporto tra vantaggi e rischi della vaccinazione. Per quanto concerne i vaccini a RNA messaggero, che rappresentano la colonna portante della campagna vaccinale nel nostro e in altri Paesi, gli esperti stanno tenendo d'occhio l'incidenza dei casi di miocardite e pericardite, rispettivamente l'infiammazione del muscolo cardiaco e del rivestimento che circonda il cuore (pericardio). Come riportato in un comunicato stampa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), gli scienziati del Global Advisory Committee on Vaccine Safety (GACVS) hanno iniziato a monitorare i primi casi da maggio. Essi risultano più frequenti nei giovani sotto i 30 anni e negli uomini, in particolar modo dopo la seconda dose di vaccino.

In base ai dati del sistema di farmacovigilanza Vaccine Adverse Events Reporting System (VAERS) degli Stati Uniti, all'11 giugno 2021 sono stati segnalati circa 40,6 casi di miocardite per milione di seconde dosi tra i maschi e 4,2 casi per milione tra le femmine nella fascia di età compresa tra i 12 e 29 anni. Per i vaccinati con più di 30 anni, le segnalazioni di miocardite e pericardite erano rispettivamente di 2,4 e 1,0 per milione di seconde dosi per maschi e femmine. In Israele, dove la campagna vaccinale è interamente basata sul vaccino anti Covid di Pfizer, il Ministero della Salute ha comunicato che tra dicembre 2020 e maggio 2021 sono stati registrati 275 casi di miocardite su oltre 5 milioni di dosi somministrate. Secondo gli scienziati israeliani vi è una possibile associazione tra la somministrazione della seconda dose del vaccino e lo sviluppo della miocardite nei maschi tra i 16 e i 30 anni, come poi rilevato anche dall'OMS (che comunque al momento continua a non raccomandare la vaccinazione nei bambini). La miocardite e la pericardite, fortunatamente, nella stragrande maggioranza dei casi sono lievi e i ragazzi che le sviluppano vengono generalmente dimessi dall'ospedale in 2-6 giorni, dopo un trattamento con immunoglobuline e corticosteroidi (come evidenziato da uno studio USA)

La maggioranza degli esperti, tra i quali anche quelli della Società Italiana di Pediatria, sottolinea che i vantaggi della vaccinazione restano superiori anche nei bambini e negli adolescenti e la raccomandano i tutti coloro che non hanno controindicazioni. Non solo perché comunque casi di COVID-19 grave e decessi sono stati registrati anche tra i giovanissimi, ma perché ancora si devono valutare gli effetti a lungo termine sia della cosiddetta Long Covid che delle infezioni lievi e asintomatiche (che possono comunque lasciare strascichi cardiovascolari, come mostra questo studio). Inoltre i bambini infettati dal coronavirus possono sviluppare la sindrome PIMS (infiammazione multisistemica pediatrica temporalmente correlata alla SARS-CoV-2) che ha effetti sulla salute del cuore, con conseguenze a lungo termine da non sottovalutare. Va infine tenuto presente che lasciar circolare il virus tra le fasce più giovani della popolazione mentre quelle adulte sono protette, può favorire lo sviluppo di nuove varianti di preoccupazione, in grado di ridurre e potenzialmente persino di superare l'efficacia dei vaccini stessi. Molti esperti all'estero raccomandano di consultare il medico di famiglia o il pediatra prima di prenotare il vaccino anti Covid per i propri figli, a maggior ragione per quando verranno aperte le porte anche ai bambini dai 2 anni su.

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