In Italia il numero di nuovi contagiati da coronavirus SARS-CoV-2 continua a crescere in modo preoccupante, così come risulta in crescita quello dei pazienti ricoverati nei reparti ospedalieri ordinari e in terapia intensiva (il 12 ottobre erano 452, il giorno prima 420). Per spezzare la catena dei contagi e provare a evitare un peggioramento della situazione, sulla base delle indicazioni del Comitato Tecnico Scientifico (CTS) il governo italiano ha emesso un nuovo Dpcm con regole più stringenti, che abbracciano un ampio ventaglio di settori. Tra i pilastri delle misure anti-contagio vi sono il rispetto del distanziamento interpersonale di almeno un metro, il divieto di assembramento e l'uso delle mascherine, sia al chiuso che all'aperto su tutto il territorio nazionale.

Cosa sono le mascherine di comunità

Per quanto concerne le mascherine, nell'Articolo 1 “Misure urgenti di contenimento del contagio sull'intero territorio nazionale” del Dpcm viene sottolineato che possono essere utilizzate le cosiddette mascherine di comunità in stoffa. Nello specifico, si fa riferimento a mascherine monouso o lavabili che possono essere anche fatte in casa (auto-prodotte), ma devono essere realizzate in materiali multistrato “idonei a fornire un'adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso”. Le mascherine di comunità, come specificato dall'Istituto Superiore di Sanità (ISS), non sono né dispositivi medici né dispositivi di protezione individuale (DPI), pertanto non vanno confuse con le mascherine chirurgiche monouso, tanto meno con i filtratori professionali FFP2 ed FFP3, che vengono utilizzati dagli operatori sanitari. Si tratta fondamentalmente di una “misura igienica utile a ridurre la diffusione del virus SARS-COV-2”.

Il dietrofront delle autorità

Le mascherine sono state protagoniste di una vera e propria ‘giravolta' durante la pandemia; se infatti nelle primissime fasi non venivano “raccomandate” da parte delle principali autorità sanitarie internazionali e nazionali, come l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e il Ministero della Salute, nel giro di poche settimane sono diventate uno dei pilastri per fronteggiare la diffusione del patogeno emerso in Cina. Oggi rappresentano una misura fondamentale assieme al mantenimento della distanza di sicurezza di almeno un metro e alla costante e certosina igiene delle mani, con acqua e sapone per almeno 40–60 secondi o con un gel idroalcolico (con un contenuto di alcol di almeno il 75 percento) per 20–30 secondi. La ragione per cui nella prima fase della pandemia non furono consigliate, suggeriscono diversi esperti, fu quella di evitare una corsa all'accaparramento indiscriminato, che avrebbe lasciato scoperti gli operatori sanitari in una fase estremamente delicata e con scorte limitatissime.

Perché le mascherine ci proteggono

Che le mascherine rappresentano una delle armi più efficaci per combattere la diffusione del virus lo dimostrano numerosi studi. Secondo un modello matematico sviluppato da due scienziati spagnoli dell’Istituto di Barcellona per la Salute Globale, ad esempio, è stato dimostrato che se tutti rispettano le norme di base – distanziamento, igiene e uso delle mascherine – si può evitare la temuta seconda ondata, che purtroppo sta entrando nel vivo in diversi Paesi, dopo un'estate nella quale si è abbassata troppo la guardia. Secondo lo studio “Identifying airborne transmission as the dominant route for the spread of COVID-19” pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), se in Italia avessimo tutti indossato le mascherine, tra il 6 aprile e il 9 maggio si sarebbero registrati ben 78mila infezioni in meno, un terzo del totale del periodo. La ricerca “Reducing transmission of SARS-CoV-2” pubblicata sull'autorevole rivista scientifica Science da scienziati dello Scripps Institution of Oceanography presso l'Università della California (Stati Uniti), dimostra che l'essere umano produce goccioline respiratorie che vanno da 0,1 a 1000 μm (dall'aerosol al droplet), che possono viaggiare o permanere nell'aria (e nell'ambiente) a seconda di numerosi fattori. Un solo minuto di conversazione ad alta voce è sufficiente a generare centomila virioni del SARS-CoV-2, secondo gli studiosi, pertanto il metodo migliore per evitare che tali particelle virali finiscano per contaminare le persone vicine o restare nell'aria (anche per ore) è rappresentato proprio dalle mascherine, una barriera efficace contro la fuoriuscita del virus (a maggior ragione se si tiene conto dell'altissimo numero di asintomatici).

Utili anche all'aperto

Le mascherine possono essere preziose anche all'aperto. Secondo lo studio “On coughing and airborne droplet transmission to humans” pubblicato sulla rivista scientifica Physics of Fluids è sufficiente una leggera brezza per far arrivare le goccioline espulse a ben 6 metri di distanza dall fonte. Mentre secondo lo studio “Violent expiratory events: on coughing and sneezing” del MIT pubblicato sul Journal of Fluid Mechanics con starnuti e colpi di tosse possiamo farle viaggiare fino a 8 metri. La tabella messa a punto da scienziati del Nuffield Department of Primary Care Health Sciences dell'Università di Oxford, che potete vedere qui di seguito, mostra chiaramente quanto le mascherine sono in grado di proteggere dal rischio trasmissione in varie situazioni, sia al chiuso che all'aperto.

Come devono essere fatte le mascherine di stoffa

Ma come devono essere fatte le mascherine di stoffa (fatte a casa e non) per essere davvero protettive? Nel documento “Advice on the use of masks in the context of COVID-19” messo a punto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità viene indicato che le mascherine di comunità ideali sono composte da tre strati di tessuto: uno interno e assorbente in materiale idrofilo alla stregua del cotone; uno intermedio idrofobo come filtro, in materiale sintetico come il polipropilene in grado di trattenere i droplet; uno strato esterno in materiale idrofobo e non assorbente capace di ridurre il rischio di contaminazione esterna (consigliati poliestere, polipropilene o una combinazione di questi). L'OMS raccomanda di non usare le garze perché troppo porose e i tessuti elastici, mentre quelli misti in nylon e al 100 percento di poliestere sono particolarmente efficaci quando ripiegati per formare più strati.