La cosiddetta “Fase 2” dell'emergenza coronavirus, avviata lo scorso 4 maggio, ha portato in dote l'obbligatorietà di indossare le mascherine nei luoghi al chiuso e in quelli dove non può essere garantito il distanziamento sociale. In alcuni casi, sulla base si ordinanze regionali o comunali, può essere obbligatorio indossarle anche all'aperto, dunque quando ci si sposta è doveroso informarsi sempre sui regolamenti locali. Per un corretto utilizzo della mascherina, l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha messo a punto una nuova guida – potete consultarla sul sito del Ministero della Salute – nella quale viene elencata una serie di raccomandazioni su manipolazione, posizionamento e lavaggio del dispositivo. Viene anche posto l'accento sulle differenze tra “mascherine chirurgiche” e “mascherine di comunità”, entrambe idonee per proteggere la comunità dalla diffusione del patogeno. Ma quali sono queste differenze? Vediamole assieme.

Cosa sono e come si usano le mascherine di comunità

Per mascherine di comunità si intendono tutte le soluzioni fai-da-te o commerciali in tessuto. Non si tratta “né di dispositivi medici né di dispositivi di protezione individuale”, specifica il Ministero della Salute, e vanno dunque considerate come una semplice misura igienica per limitare la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2. Pur rappresentando una semplice barriera fisica tra noi e il patogeno, senza certificazioni di sorta, devono comunque rispettare determinati criteri. Devono ad esempio essere costruite con materiali multistrato (in quello centrale può essere inserito anche un filtro sostituibile), e naturalmente vanno utilizzati tessuti “né tossici né allergizzanti né infiammabili”, spiega il Ministero della Salute. Secondo un'indagine dell'Università tecnologica del Missouri, le mascherine di comunità con la migliore capacità filtrante sono risultate essere quelle in tessuto per trapunte (cotone trapuntato), con un doppio strato di tessuto batik o con un doppio strato di flanella e cotone. Naturalmente questi dispositivi devono permettere a chi li indossa di respirare senza difficoltà. È fondamentale è che le mascherine di comunità aderiscano bene al viso, da sotto al mento a sopra al naso, coprendo in modo efficace le parti coinvolte nell'infezione. Dato che sono obbligatorie anche per i bambini dai 6 anni in su, è doveroso utilizzare soluzioni ad hoc che rispettino la fisionomia del loro volto. Come sottolineato, non si tratta di veri dispositivi medici, dunque nel caso in cui dovessero comparire dei sintomi ascrivibili alla COVID-19 (l'infezione causata dal SARS-CoV-2) come tosse, febbre e difficoltà respiratorie, vanno indossate vere mascherine chirurgiche e si deve contattare il proprio medico curante.

La differenza tra mascherine chirurgiche e mascherine di comunità

Come suggerisce anche il nome, le mascherine chirurgiche sono veri dispositivi di protezione individuale (DPI) che i medici indossano da sempre durante il proprio lavoro, in particolar modo in sala operatoria. Sono regolamentate dalla norma UNI EN 14683:2019 + AC:2019 che ne definisce materiali di costruzione e progettazione, con lo scopo ultimo di contrastare la trasmissione di potenziali agenti infettivi. Ricordiamo che le mascherine chirurgiche proteggono gli altri dalle goccioline (droplet) che espelliamo mentre parliamo, tossiamo e starnutiamo, pertanto se le indossano tutti – come prevede la Fase 2 – siamo tutti protetti. Risulta naturalmente anche una leggera protezione anche per chi le indossa, ma questa caratteristica è legata principalmente ai filtratori facciali FFP2 ed FFP3 per i professionisti del settore sanitario. A questo link potete trovare una lunga e dettagliata descrizione di questi dispositivi di protezione individuale. Tornando alle mascherine chirurgiche, esse sono tipicamente composte da tre strati, uno di materiale soffiato al centro (il filtro vero e proprio) e due di tessuto-non-tessuto ad abbracciarlo. La mascherina chirurgica può avere un livello di protezione variabile, che va da 1 a 3. Si tratta generalmente di dispositivi monouso, ma si può fare di necessità virtù e disinfettarli all'occorrenza, riutilizzandoli fino a quando non mostrano segni di degrado, come specificato dal virologo Fabrizio Pregliasco. Lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare (S.C.F.M.) di Firenze ha messo a punto una guida per procedere alla disinfezione in tutta sicurezza.

Come usare, lavare e smaltire le mascherine in tessuto

Le mascherine, sia quelle chirurgiche che quelle di comunità, vanno sempre prese per gli elastici o i legacci, e non vanno mai toccate né la parte interna né quella esterna. Prima di indossarle è doveroso lavarsi le mani con acqua e sapone (per almeno 40-60 secondi) o con una soluzione alcolica (per almeno 20-30 secondi). Lo stesso va fatto dopo averle tolte e qualora le si dovesse toccare nella parte esterna o interna. Nel caso in cui si trattasse di dispositivi monouso, devono essere gettati nel contenitore (chiuso) dell'indifferenziata dopo l'utilizzo, oppure si può procedere alla disinfezione seguendo le indicazioni dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare (S.C.F.M.) di Firenze. Per quanto concerne i dispositivi lavabili, dopo averli tolti e messi in una busta si possono seguire le indicazioni del produttore, oppure procedere col lavaggio a 60° C con del comune detersivo. Anche per le mascherine lavabili può essere previsto un numero massimo di riutilizzi, dato che il processo può rovinare l'efficacia filtrante.