Alla data odierna, martedì 16 giugno, il coronavirus SARS-CoV-2 ha contagiato nel mondo più di 8 milioni di persone, uccidendone 437mila (in Italia si contano oltre 237mila infezioni e circa 34mila morti). Sono ormai più di sei mesi che il patogeno è in circolazione, e gli scienziati stanno ancora lavorando alacremente per trovare una cura e un vaccino efficaci. Al momento, infatti, non esistono trattamenti specifici per la COVID-19 (l'infezione scatenata dal SARS-CoV-2), e tutto ruota attorno all'uso compassionevole e alle terapie sperimentali basate su farmaci pensati per altre condizioni. La formula tecnicamente prende il nome di “off-label”, cioè fuori etichetta, per sottolineare appunto che il principio attivo in uso non è specifico per la malattia che si prova a trattare.

Il numero di medicinali impiegati per combattere il nuovo coronavirus è considerevole, e per cercare di fare chiarezza sulla “selva” di trattamenti off-label e sperimentali, oltre che sull'efficacia degli stessi, un gruppo di scienziati americani ha deciso di mettere a punto un database con tutto ciò che viene testato contro la COVID-19. Il progetto si chiama COvid19 Registry of Off-label & New Agents (CORONA), e al momento abbraccia ben 115 medicinali differenti, che sono stati testati su oltre novemila pazienti. L'elenco è stato ottenuto effettuando una revisione sistematica di 2.700 articoli, 155 dei quali con i criteri idonei per essere inclusi nel registro. Quasi tutti i pazienti coinvolti sono di origini cinesi, dato che gli articoli sono stati tutti pubblicati tra dicembre 2019 e il 27 marzo 2020, quando il patogeno si stava ancora diffondendo nel mondo. Nella maggior parte dei casi si tratta di uomini (le donne sono il 45,4 percento del campione) e l'età media è di 44,4 anni; sono stati quasi tutti ricoverati negli ospedali a causa della gravità dell'infezione (98,3 percento), ed è per questo che hanno avuto necessità delle terapie.

A condurre lo studio un team di ricerca dell'Università Statale della Pennsylvania, che ha collaborato a stretto contatto con colleghi del Castleman Disease Collaborative Network di Philadelphia, dell'Università delle Hawaii e dell'Università Brown. Gli scienziati, condotti dal professor David C. Fajgenbaum, docente presso la Scuola di Medicina Perelman dell'ateneo della Pennsylvania, hanno trovato che la maggior parte dei trattamenti si basa (naturalmente) su farmaci antivirali, seguiti da antibatterici e corticosteroidi. Spesso sono stati utilizzati anche immunosoppressori, interferone e agenti sostitutivi del sangue. Tra quelli elencati la coppia di antiretrovirali lopinavir/ritonavir per combattere l'HIV; il remdesivir, considerato uno dei farmaci più efficaci; il tociluzumab per contrastare le “tempeste di citochine”; gli antimalarici clorochina e idrossiclorochina e molti altri ancora.

Il professor Fajgenbaum ha sottolineato che tra i più promettenti principi attivi contro la COVID-19 figurano proprio il tocilizumab – del quale diversi studi hanno dimostrato l'efficacia – e l'anticorpo monoclonale siltuximab, studiato per combattere alcuni tumori ma in grado anche di contrastare le tempeste di citochine (IL-6) proprio come l'altro. Grazie a questo database gli studiosi avranno uno strumento utile per individuare i trattamenti potenzialmente migliori per arginare la pandemia di coronavirus, ma l'efficacia dovrà sempre essere dimostrata da studi clinici controllati e randomizzati. L'obiettivo del progetto CORONA non è infatti indicare i farmaci migliori in assoluto, ma tutti quelli che meritano un approfondimento nella sperimentazione. Fajgenbaum lo ha ideato basandosi sulla sua esperienza di paziente con la malattia di Castleman, che spesso è fatale. Grazie alle competenze da scienziato ha cercato farmaci off-label potenzialmente efficaci contro la sua condizione, ed è riuscito a individuarne uno che lo ha indirizzato verso la guarigione. I dettagli del progetto CORONA sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Infectious Diseases and Therapy.