Una delle complicazioni più pericolose della COVID-19, l'infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2, è la cosiddetta “tempesta di citochine”, una risposta immunitaria esagerata messa in atto dall'organismo per difendersi dall'invasione del patogeno. La reazione può essere talmente forte da risultare più pericolosa del virus stesso, tanto da mettere in pericolo la sopravvivenza dei pazienti. Come dimostrato dai medici dell'Ospedale Spallanzani di Roma, che hanno analizzato i polmoni dei pazienti colpiti dall'infezione, in quelli più gravi può svilupparsi una polmonite bilaterale interstiziale con “versamento di materiale infiammatorio nelle sacche d'aria che si trovano nella parte inferiore dei nostri polmoni”. Questa condizione, che si verifica nel 17 percento dei pazienti contagiati dal coronavirus e prende il nome di sindrome da distress respiratorio acutoARDS (Acute respiratory distress syndrome), può essere una diretta conseguenza della sopracitata tempesta di citochine, nota anche con i nomi di sindrome da risposta infiammatoria sistemica, sindrome da rilascio di citochine, sindrome da attivazione di macrofagi o linfoistiocitosi emofagocitica.

In parole semplici, chi sviluppa questa complicazione presenta una produzione estrema di molecole immunitarie che possono determinare danni irreversibili a diversi organi e dunque la morte. In condizioni normali, il rilascio delle citochine permette di affrontare al meglio un'infezione (sia essa virale, batteria o scatenata da tossine), e una volta “vinta la guerra” il sistema immunitario torna nella condizione di riposo. “Per la maggior parte delle persone e la maggior parte delle infezioni, è quello che succede”, ha dichiarato al New York Times il dottor Randy Cron, un medico dell'Università dell'Alabama a Birmingham specializzato proprio nelle reazioni spropositare del sistema immunitario. Ma fino al 15 percento dei pazienti colpiti da infezioni gravi – spiega il dottor Cron – sviluppa una tempesta di citochine, con l'organismo che continua a rilasciare citochine e a mettere a repentaglio la sopravvivenza del paziente.

Questi fenomeni sono stati osservati a tutte le età e nelle infezioni della SARS e della MERS (i cui coronavirus sono “cugini” del SARS-CoV-2), oltre che nella cosiddetta influenza suina H1N1. Ora gli scienziati stanno osservando la risposta anche nelle persone colpite dalla COVID-19. Le tempeste di citochine possono svilupparsi anche in presenza di patologie autoimmuni, come il lupus e l'artrite reumatoide, ed è proprio per questa ragione che in alcuni pazienti sta risultando particolarmente efficace il principio attivo Tocilizumab, prodotto dal colosso farmaceutico svizzero ROCHE col nome commerciale di Actemra. Questo farmaco immunosoppressore antiinfiammatorio ha la capacità di inibire i livelli elevati della citochina Interleuchina 6 (IL-6), prodotti da macrofagi e linfociti T per stimolare il sistema immunitario a rispondere a infezioni e infiammazione. Quindi può essere particolarmente prezioso nell'arrestare le pericolose tempeste di citochine, comprese quelle scatenate dalla COVID-19 (anche se i risultati incoraggianti ottenuti su alcuni pazienti dovranno necessariamente essere confermati da studi clinici ad hoc).

Poiché esistono anche altre citochine, potrebbero essere utili anche altri farmaci per contrastare questa complicazione della COVID-19, e gli scienziati sono a lavoro per sperimentare tutti i “cocktail” promettenti. Al momento non è noto il tasso di mortalità della patologia infettiva, ma l'Organizzazione Mondiale della Sanità stima che al momento si attesti attorno al 4 percento, dunque decisamente superiore a quello dell'influenza stagionale, molto al di sotto dell'1 percento, in base a quanto comunicato dalla stessa OMS.