A un paio di mesi dall'avvistamento della balenottera “Codamozza” con la pinna caudale completamente tranciata, della quale non si hanno più notizie dai primi di luglio – si teme il peggio, purtroppo -, gli scienziati hanno avvistato nei nostri mari un altro grande cetaceo in grave difficoltà, anch'esso con una bruttissima mutilazione a livello della coda. Si tratta di un'altra balenottera comune (Balaenoptera physalus), priva del lobo destro della pinna caudale e con un “taglio netto e profondo sul peduncolo caudale”, come hanno scritto in un comunicato stampa i ricercatori dell’Istituto Tethys, che l'hanno individuata nelle acque del Mar Ligure, innanzi ad Arma di Tagga (Imperia). Gli scienziati ritengono che la mutilazione sia stata provocata dall'impatto con una nave – le ferite sono compatibili – o magari da una rete abbandonata, nella quale il cetaceo potrebbe essere rimasto intrappolato, benché venga privilegiata la prima ipotesi. Reti fantasma e collisioni con le navi, del resto, nel Mar Mediterraneo rappresentano la prima causa di mortalità per questi maestosi mammiferi marini (la balenottera comune è il secondo animale più grande della Terra, dopo la balenottera azzurra).

Le terribili ferite della balenottera "Mezzacoda". Credit: Thetys Research Institute
in foto: Le terribili ferite della balenottera "Mezzacoda". Credit: Thetys Research Institute

La sfortunata protagonista di questa vicenda, soprannominata “Mezzacoda”, oltre all'evidente menomazione che la costringe a nuotare con le pinne pettorali – normalmente la propulsione è data proprio dalla pinna caudale – mostra già diversi segni che preoccupano gli esperti, dato che risulta già magra e si sposta lentamente. “Il cetaceo sembrava emaciato, perdeva pezzi di pelle e anche i molti parassiti esterni (le “penelle”) indicano uno stato di compromissione. Lo abbiamo scortato per un lungo tratto per evitare che le barche dei curiosi si avvicinassero troppo aggiungendo ulteriore stress”, ha dichiarato la dottoressa Caterina Lanfredi, vicedirettore del Cetacean Sanctuary Research (CSR) di Tethys, progetto di ricerca sui cetacei che va avanti nell'area da più di 30 anni. “Questo nuovo avvistamento è uno choc anche per noi ricercatori che purtroppo vediamo spesso, troppo spesso, cetacei con cicatrici”, le ha fatto eco la cetologa e scrittrice Maddalena Jahoda, responsabile della divulgazione scientifica presso Tethys, un'organizzazione senza scopo di lucro fondata nel 1986. “Come per Codamozza, le ipotesi sulle possibili cause sono due: o una collisione con una nave – la più probabile in questo caso – oppure l’animale è rimasto impigliato in una rete da pesca”, ha ribadito la scienziata.

Interpellata da fanpage, la dottoressa Jahoda ha espresso tutta la sua amarezza per i continui avvistamenti di cetacei in gravi difficoltà, con ferite raccapriccianti causate dall'incuria e dal disinteresse dell'uomo. Sono infatti ben 143 i grandi cetacei con segni di collisione avvistati nel solo Santuario Pelagos, una vasta area marina protetta che abbraccia le acque territoriali italiane, francesi e del Principato di Monaco. Negli ultimi tempi i casi documentati sono sempre più numerosi. “Mi fa davvero impressione vedere due casi ‘estremi', Codamozza e Mezzacoda, a così poca distanza l'uno dall'altro”, ha sottolineato la scienziata. “Mi ha fatto impressione vedere che anche questa nuota aiutandosi con le pettorali. Anche Mezzacoda appare magra, incavata ai lati della spina dorsale, non quanto Codamozza, ma si vede bene. Ho ancora in mente anche i due capodogli delle Eolie, e anche ‘Freddy' il capodoglio con ferite profonde rimarginate, rivisto dalla barca di Tethys poche settimane fa”, ha aggiunto l'esperta, ricordando gli incontri recenti con questi splendidi cetacei menomati dalle attività umane. “Piange il cuore a vedere così tanti animali in difficoltà, che soffrono. È terribile e ingiusto per gli animali, ma non solo: nei mammiferi marini ogni singolo individuo è prezioso, ogni animale che perdiamo toglie una parte importante alla popolazione mediterranea!”, ha affermato la dottoressa Jahoda.

Mezzacoda. Credit: Istituto Tethys
in foto: Mezzacoda. Credit: Istituto Tethys

Ma perché si osservano sempre più di frequente i cetacei con queste orribili ferite? La scienziata ci ha spiegato che verosimilmente si tratta di una combinazione di più fattori: traffico navale più intenso, navi sempre più veloci e una maggiore attenzione rispetto al passato. Per contrastare il fenomeno “bisognerebbe imporre la riduzione della velocità in aree in cui sia segnalata la presenza di grandi cetacei”, ma purtroppo è più facile a dirsi che a farsi, ci ha spiegato la cetologa, autrice del libro “Balene, Salvateci!”. Un aiuto – aggiunge la scienziata del Tethys – potrebbe arrivare anche da osservatori specializzati su tutte le navi veloci, in sinergia con un software chiamato REPCET progettato proprio per prevenire le collisioni tra le imbarcazioni e i grandi mammiferi marini, ma anche in questo caso non si tratta di procedure di facile attuazione, senza la doverosa "spinta" da parte delle istituzioni.

Mezzacoda. Credit: Tethys
in foto: Mezzacoda. Credit: Tethys

Gli scienziati non sanno ancora se Mezzacoda sia stata già avvistata in passato o meno, prima dell'incidente che l'ha menomata, e nelle prossime settimane grazie alla foto-identificazione faranno una ricerca nei cataloghi appositi. Lo stato delle ferite suggerisce che l'impatto sia avvenuto piuttosto recentemente, come spiegatoci dalla dottoressa Jahoda: “A occhio sembrerebbe relativamente recente, perché ci sono ancora brandelli di grasso che pendono su un lato. E quel taglio sul peduncolo fa proprio pensare alla chiglia di una nave…”. La speranza è che Mezzacoda riesca a superare il suo handicap come fece Codamozza anni fa: quando fu avvistata per la prima volta nel Santuario dei Cetacei Pelagos, nel 2005, aveva infatti mezza pinna caudale, proprio come Mezzacoda. Aveva difficoltà nel nuoto ma è riuscita a sopravvivere (almeno) per 15 anni, fino a quando un secondo impatto con una nave, una rete, o magari una necrosi seguita all'incidente originale, non le hanno strappato completamente la pinna caudale, facendole patire la fame, come mostrano le terribili immagini diffuse prima della sua scomparsa.

Mezzacoda. Credit: Tethys
in foto: Mezzacoda. Credit: Tethys

Sui mammiferi marini incombono diverse minacce, scrive l'Istituto Tethys: oltre a navi e reti fantasma, vi sono anche l'inquinamento acustico e chimico e il riscaldamento delle acque. Questi fattori potrebbero aver contribuito alle numerose segnalazioni di balenottere nei pressi della costa, anziché al largo come avviene normalmente. Chiunque può aiutare gli scienziati in caso di avvistamento di un cetaceo, segnalandolo al progetto “CetaceiFAIattenzione” di Tethys. Questi avvistamenti anomali potrebbero “essere conseguenza di una carenza di cibo, il krill mediterraneo, nella zona del Santuario dove normalmente le avvistiamo”, ha sottolineato la direttrice del CSR Sabina Airoldi, “forse un altro segno che anche le dinamiche oceanografiche stanno subendo gli effetti dei cambiamenti climatici”. La speranza è che le istituzioni prendano piena coscienza dei rilievi degli scienziati e che si faccia tutto il possibile per tutelare la meravigliosa biodiversità dei nostri mari, e con essa la nostra salute. Senza dimenticare che proprio le balene, secondo un recente studio commissionato dal Fondo Monetario Internazionale, possono contribuire a eliminare una parte dell’anidride carbonica (CO2) dall'atmosfera, il principale dei gas a effetto serra e volano del riscaldamento globale.