Nelle acque a largo dell'Isola di Salina, la seconda per estensione dell'arcipelago delle Eolie, biologi marini e uomini della Guardia Costiera stanno conducendo una sfiancante battaglia per la salvare la vita a una grande femmina di capodoglio (Physeter macrocephalus), rimasta intrappolata in una rete da pesca illegale per catturare tonni. I subacquei sono riusciti a tagliare con i coltelli i grovigli intrecciati attorno alla testa e al capo del cetaceo, ma la pinna caudale di "Furia" – questo il nome assegnatole dai soccorritori – è ancora stretta nella morsa infernale.

La femmina di capodoglio "Furia" ancora intrappolata. Credit: Carmelo Isgrò/Facebook
in foto: La femmina di capodoglio "Furia" ancora intrappolata. Credit: Carmelo Isgrò/Facebook

La liberazione è un'operazione delicatissima e rischiosa perché si tratta “animale di 10 metri che si dimena come un pazzo per il dolore e che ha la forza per spostare agilmente le 15 tonnellate del suo peso”, come dichiarato in post su Facebook dal biologo marino Carmelo Isgrò del MuMa Museo del Mare di Milazzo, impegnato in prima linea con la collega Monica Blasi nelle operazioni di salvataggio. Fortunatamente, grazie alla quantità di rete rimossa dai sommozzatori, il capodoglio ora riesce a fare immersioni sempre più lunghe. Purtroppo però è stato perso di vista – dopo un tentativo fallito di agganciare una boa con luce stroboscopica di segnalazione – e la squadra è in mare per provare a rintracciarlo e rimuovere anche l'ultima parte della rete (che ha provocato all'animale serie lacerazioni).

Questa storia, che si spera finirà con un lieto fine, è solo l'ultima in ordine cronologico di una sequela di drammi che si consumano costantemente in mare; ogni anno sono infatti centinaia di migliaia i mammiferi marini a perdere la vita a causa dell'incuria, dell'inciviltà e di veri e propri atti criminali perpetrati dall'uomo. Solo un paio di settimane fa era stato salvato da una rete da pesca un altro capodoglio a largo di Lipari, mentre a giugno aveva fatto il giro del mondo la storia di “Codamozza”, la balenottera comune che ha perduto totalmente la pinna caudale (dopo aver vissuto per molti anni con un solo lobo). Inizialmente si era pensato che anche in questo caso la grave menomazione fosse stata causata da attrezzatura da pesca abbandonata, tuttavia secondo il veterinario responsabile del CERT Sandro Mazzariol, come indicato in un comunicato stampa rilasciato dal Tethys Reserch Institute, la necrosi e la perdita completa della coda sarebbe avvenuta in tempi troppo rapidi. Pertanto ora viene privilegiata l'ipotesi dell'impatto con l'elica con una nave (lo stesso tipo di incidente che molto probabilmente causò la perdita del primo lobo anni prima). Reti da pesca o collisioni con navi comunque non fa molta differenza: in entrambi i casi sono fattori antropici a rappresentare la prima causa di morte per i grandi cetacei che vivono nel Mar Mediterraneo.

In base alle stime pubblicate dalla Seawatch Foundation ogni anno vengono abbandonate, scartate o perse ben 640mila tonnellate di attrezzatura da pesca nei mari e negli oceani di tutto il mondo, rappresentando il 10 percento di tutti i rifiuti marini di origine antropica, come indicato dalla FAO. Non mancano anche le reti da pesca illegali, piazzate in luoghi dove non dovrebbero, senza misure di sicurezza atte a proteggere specie non di interesse commerciale e in grado di fare danni ecologici enormi. Come riportato dall'organizzazione britannica, circa 300mila tra balene, delfini, capodogli e focene muoiono intrappolati ogni anno dall'attrezzatura abbandonata in mare. Tra le reti più pericolose vi sono i cosiddetti tramagli, caratterizzati dalla parte inferiore ancorata al fondale e da quella superiore agganciata a un galleggiante. Sono dunque dei veri e propri “muri sottomarini”, che in alcuni casi possono estendersi anche per 10 chilometri di lunghezza, come indicato dala FAO. Queste reti posizionate in modo fraudolento, perse o abbandonate in mare possono continuare a uccidere indiscriminatamente per numerosi anni.

Il boom delle reti da pesca (e dei conseguenti usi illegali e abbandoni) è iniziato negli anni '50 del secolo scorso, da quando i materiali sintetici hanno rimpiazzato quelli naturali. Secondo Seawatch Foundation soltanto i pescatori del Mar Baltico perdono nelle acque svedesi ben 165 chilometri di reti da pesca all'anno, una quantità enorme che rende l'idea della gravità del problema, soprattutto per i cetacei, che ancora si stanno riprendendo dall'epoca della baleneria. Si tratta di mammiferi marini che respirano aria attraverso i polmoni, e quando restano intrappolati nelle reti vanno incontro a una morte atroce, per asfissia o annegamento, mentre si procurano ferite lancinanti per provare a liberarsi dalle maglie mortali. Ma le reti da pesca uccidono anche moltissimi altri animali. Basti pensare che nell'agosto 2018, al largo del Messico, furono trovate le carcasse di ben 300 tartarughe marine di una specie a rischio estinzione, tutte uccise da una rete da pesca abbandonata. Anche moltissimi uccelli marini restano imbrigliati e uccisi dalle reti fantasma.

Per porre fine a queste mattanze, la FAO ha proposto alcune soluzioni: in primis il contrassegno delle reti, permettendo così di rintracciare i proprietari (che dovrebbero immediatamente denunciarne lo smarrimento) e capire le ragioni che portano i pescatori a perderle. In secondo luogo l'uso di un transponder o la segnalazione della posizione GPS del luogo in cui una rete è stata smarrita, così da poterle recuperare prima che causi danni; infine, l'utilizzo di materiali in parte biodegradabili che permettano agli animali di liberarsi una volta rimasti intrappolati. Quest'ultima soluzione non risolverebbe il problema dei rifiuti in mare, ma almeno salverebbe moltissime vite. Naturalmente, per le reti da pesca illegali si ritiene necessario un monitoraggio più certosino da parte delle autorità, oltre che pene severe per i trasgressori.