Cellule aggredite dal coronavirus SARS–CoV–2 (in verde). Credit: Istituto Nazionale per le Allergie e le Malattie infettive/NIH
in foto: Cellule aggredite dal coronavirus SARS–CoV–2 (in verde). Credit: Istituto Nazionale per le Allergie e le Malattie infettive/NIH

Dopo aver analizzato migliaia di sequenze genetiche virali da campioni biologici di pazienti con COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, la scorsa primavera un team di ricerca internazionale guidato da scienziati del Laboratorio Nazionale di Los Alamos ha scoperto una mutazione – chiamata D614G – che rende il patogeno più efficace nel contagiare le cellule umane e dunque più infettivo. Questo ceppo è divenuto rapidamente quello dominante, come dimostrano i dati diffusi dagli esperti. Emblematica la situazione nella città di Houston, dove la prevalenza tra i cittadini positivi della variante mutata con D614G è arrivata al 99,9 percento. Ora sappiamo che questa mutazione potrebbe aver reso il coronavirus SARS-CoV-2 più vulnerabile a un potenziale vaccino.

Ad affermarlo un altro team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Università della Carolina del Nord di Chapel Hill, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della Scuola di medicina veterinaria, Università del Wisconsin-Madison, Istituto Nazionale di Malattie Infettive di Tokyo e di altri centri americani e giapponesi. Gli scienziati, coordinati dal professor Ralph S. Baric, docente presso il Dipartimento di Epidmeiologia dell'ateneo statunitense, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto alcuni esperimenti con i criceti e aver messo a confronto le “capacità” del virus mutato col ceppo originale, quello emerso nella città di Wuhan alla fine dello scorso anno che ha dato inizio alla pandemia che stiamo vivendo.

La mutazione D614G ha subito suscitato l'interesse degli scienziati poiché riguarda la proteina S o Spike, quella che il coronavirus sfrutta per legarsi al recettore ACE2 delle cellule umane, rompere la parete cellulare, entrare all'interno e dare inizio al processo di replicazione, che è alla base dell'infezione (COVID-19). Si è pensato che tale mutazione potesse in qualche modo influenzare le capacità infettive del virus, come poi è stato dimostrato da diversi studi, ma anche la letalità della patologia e soprattutto l'efficacia di un potenziale vaccino, influenzandola negativamente. La migliore capacità di infettare le cellule e replicarsi, tuttavia, avrebbe reso il coronavirus più suscettibile al vaccino, e non più resistente, come spiegato da Baric e colleghi. “Il virus D614G supera il ceppo ancestrale di circa 10 volte e si replica in modo estremamente efficiente nelle cellule epiteliali nasali primarie, che sono un sito potenzialmente importante per la trasmissione da persona a persona”, ha dichiarato il coordinatore dello studio in un comunicato stampa.

Questo “successo” sarebbe legato al fatto che la mutazione apre meglio le cellule per fare accedere l'RNA virale al loro interno. In parole più semplici, la proteina Spike del ceppo mutato è un “grimaldello” più efficace nel disgregare la parete cellulare di quella del virus di Wuhan, grazie a un cambio di lettere nel codice genetico. Durante questo processo, la mutazione D614 determina l'apertura di un lembo sulla punta della proteina, che permette al virus di infettare meglio le cellule. Ma lascia aperto uno spazio che renderebbe più efficace l'azione degli anticorpi; anch'essi, infatti, avrebbero una maggiore capacità di infiltrarsi nel nucleo e distruggere il virus dall'interno. Una vera e propria battaglia biologica che donerebbe un vantaggio significativo al vaccino.

Nei test in laboratorio condotti sui criceti, Baric e i colleghi virologi, tra i quali Yixuan J. Hou, Yoshihiro Kawaoka, Peter Halfmann e altri ancora, hanno determinato che il ceppo mutato si trasmetteva molto efficacemente per via aerea, presentando anche un tasso di replicazione dieci volte superiore. “Abbiamo visto che il virus mutante si trasmette meglio nell'aria del virus originale, il che potrebbe spiegare perché questo virus è dominante negli esseri umani”, ha dichiarato Kawaoka. Gli scienziati non hanno osservato differenze nelle malattie sperimentate dai criceti contagiati, ma va tenuto presente che il patogeno nell'uomo potrebbe agire in modo diverso. La speranza è che questa maggiore contagiosità si traduca davvero in un punto debole da colpire con i vaccini, dei quali quello prodotto da BioNTech e Pfizer sembra essere particolarmente promettente. I dettagli della ricerca “SARS-CoV-2 D614G variant exhibits efficient replication ex vivo and transmission in vivo” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Science.