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16 Novembre 2020
17:30

Un anno di COVID, storia di un’emergenza che ha cambiato le nostre vite

Domenica 17 novembre 2019 in un ospedale della provincia dello Hubei, in Cina, un uomo viene ricoverato con una “misteriosa polmonite”. Solo settimane più tardi si scoprirà che si trattava del primo caso diagnosticato di COVID-19, l’infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2 che ha riscritto la storia e cambiato le nostre vite.
A cura di Andrea Centini
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Immaginate un uomo in una lussureggiante foresta, intento a dare la caccia ad animali selvatici da vendere in un famigerato mercato umido, o magari da fare a pezzi per ricavarne ingredienti da destinare al mercato nero della medicina tradizionale asiatica. Immaginatelo con una mannaia in mano, mentre dà il colpo di grazia a uno sventurato pangolino, un mammifero minacciato di estinzione proprio a causa della caccia spietata – e illegale – perpetrata dai bracconieri. Immaginate la carcassa dell'animale in una cassa fatiscente, adagiata su quelle di altre creature già uccise o destinate al macello. Feci, sangue, pus e altri fluidi corporei si mescolano, passano da un corpo all'altro trasportandosi dietro il carico di germi, virus e altri patogeni pronti a cogliere l'occasione per saltare in un altro ospite, magari un essere umano, grazie alla fortunata – e casuale – combinazione genetica. Magari si tratta dello stesso bracconiere di cui sopra, di un venditore del mercato umido, o di un suo cliente. È così che potrebbe essere avvenuto lo spillover (il salto di specie) del coronavirus SARS-CoV-2, un virus originato nei pipistrelli ma che molto probabilmente, prima di passare all'uomo, è transitato attraverso un serbatoio intermedio. Forse proprio un pangolino, in base a quanto suggerito da diversi studi. Non è noto quando si è verificato questo esatto momento – si stima tra l'estate e l'autunno del 2019 – quel che è certo è che domenica 17 novembre 2019, esattamente un anno fa, a un uomo fu diagnosticata una “misteriosa polmonite” che ha cambiato il corso della storia. All'epoca non si sapeva ancora di cosa si trattasse, ma settimane dopo, quando fu identificato il nuovo patogeno, grazie a esami di laboratorio arrivò la conferma: era il primo caso al mondo di COVID-19, l'infezione provocata dal virus.

Il “paziente zero” era un cinquantacinquenne residente nella provincia dello Hubei, dove si trova Wuhan, la popolosa megalopoli cinese balzata agli onori della cronaca internazionale per essere stata l'epicentro dei primi focolai dell'epidemia, “promossa” a pandemia solo diverso tempo dopo dall'Organizzazione Mondiale dell'Umanità (OMS). Si ritiene che milioni di persone siano entrate e uscite da Wuhan nella finestra di tempo impiegata per capire che cosa stesse accadendo, e ciò avrebbe permesso al coronavirus SARS-CoV-2 di varcare rapidamente i confini nazionali, infiltrandosi in pochi mesi tutto il mondo. L'Italia, come tutti noi sappiamo, è stata la prima vittima nel Vecchio Continente, travolta da una catastrofica prima ondata di contagi che ha portato con sé sofferenza, morte, il lockdown e tutte le altre misure anti contagio con cui conviviamo ancora oggi (seppur riviste e ricalibrate, come l'uso delle mascherine).

Sì passò rapidamente dai primi due casi ufficiali diagnosticati nel nostro Paese, una coppia di coniugi cinesi in vacanza ricoverata allo Spallanzani di Roma (che salvò loro la vita dopo mesi di cure, quando ancora si sapeva pochissimo della patologia), al “paziente uno” di Codogno, il giovane Mattia Maestri, ricoverato nella notte tra il 20 e il 21 febbraio nell'ospedale della città. Il 22 febbraio si registrò la prima vittima italiana (accertata) della pandemia, il pensionato di 78 anni Adriano Trevisan, nato a Monselice ma residente a Vo' Euganeo, un'altra città che rimarrà impressa nella storia di questa emergenza nazionale e globale, anche grazie al virtuoso studio scientifico condotto in loco dal medico e divulgatore scientifico Andrea Crisanti. In breve tempo l'Italia intera si trovò chiusa in casa (dopo i primi blocchi a macchia di leopardo) per provare ad appiattire la ripidissima curva epidemiologica, ed evitare che il virus aggredisse con violenza anche altre aree del Paese.

Durante la prima ondata fu infatti coinvolto soprattutto il Nord Italia, e in particolar modo la Lombardia. Si ritiene che tra le cause possano esservi stati i collegamenti aerei diretti (e giornalieri) tra Milano Malpensa e Wuhan, che avrebbero fatto confluire decine di migliaia di persone nel giro di poche settimane. Tra i passeggeri, anche numerosi e inconsapevoli portatori del virus. La COVID-19 è infatti una malattia criptica, che circa nel 50 percento dei casi è asintomatica; solo in una piccola percentuale dei contagiati si manifesta con una forma grave e potenzialmente fatale. Ma poiché all'inizio tutta la popolazione mondiale era suscettibile all'infezione, trattandosi di un nuovo virus, in numeri assoluti queste piccole percentuali si sono trasformate in vere e proprie valanghe di pazienti che hanno travolto le strutture sanitarie, entrate in crisi soprattutto per le unità di terapia intensiva, i cui posti erano (e lo sono tuttora) limitati.

Anche il numero esorbitante di morti travolse l'assistenza funeraria. Tutti ricordiamo le pagine infinite di necrologi nei quotidiani della bergamasca, le file di camion dell'esercito per trasportare le bare con i defunti, la cui conta sfiorò i mille al giorno durante il periodo più critico. Secondo uno studio dell'Ufficio statistico dell'Unione europea (Eurostat), da marzo a giugno di quest'anno nei 26 Paesi dell'Unione Europea sono stati contati ben 168mila morti in più rispetto alla media del quadriennio 2016 – 2019 relativa allo stesso quadrimestre. Un numero sconcertante di vite spezzate, che dovrebbe zittire in un istante qualunque sussulto di negazionismo, che tuttavia continua a serpeggiare in ogni angolo del globo, catalizzato dall'ignoranza e cullato da politici senza scrupoli che pensano solo al proprio tornaconto.

Da quando è scoppiata la pandemia, sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati dell'Università Johns Hopkins, nel momento in cui stiamo scrivendo in tutto il mondo sono stati registrati 54,5 milioni di contagiati “ufficiali” e 1,3 milioni di morti (in Italia le infezioni complessive sono 1,18 milioni e i decessi 45.229). Questi numeri sono destinati a crescere in futuro e in modo considerevole, ciò nonostante si inizia a vedere una luce in fondo al tunnel. Diversi vaccini candidati, e in particolar modo quello di Pfizer e BioNTech che ha mostrato un'efficacia del 90 percento in base ai risultati preliminari dello studio di Fase 3, sembrano essere sicuri e in grado di innescare una valida risposta immunitaria. I primi milioni di dosi dovrebbero essere resi disponibili già entro la fine di quest'anno, e durante tutto il prossimo si combatterà una vera e propria guerra contro il virus, mettendo in piedi la più estesa campagna vaccinale globale mai sostenuta. Anche sui farmaci ci sono ottimi riscontri, dal desametasone che abbatte la mortalità dei pazienti gravi agli anticorpi monoclonali che riducono drasticamente il tasso di ricovero.

Il rispetto delle basilari norme anti contagio, ovvero l'uso delle mascherine, il distanziamento sociale e la certosina igiene delle mani (con acqua e sapone o un gel idroalcolico), rappresentano inoltre armi estremamente affilate contro il virus, se ben sfruttate. Saranno nostre fedeli compagne fin quando il nemico non sarà definitivamente sconfitto. Non è chiaro quando ciò avverrà, ma secondo le stime dovremo attendere tutto il 2021 e verosimilmente anche l'inizio del 2022. Forse già dalla fine della prossima primavera potremmo essere in grado di accarezzare la sensazione di un ritorno alla normalità. Ma se continueremo a distruggere, sfruttare e annientare sistematicamente la nostra Terra e le creature che la popolano assieme a noi, andremo inevitabilmente incontro a un'altra pandemia. E non sarà questione di se, ma solo di quando.

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