A partire dal 4 maggio nel nostro Paese prenderà il via lo screening di massa con i cosiddetti test sierologici, progettati per andare a caccia di anticorpi (o immunoglobuline) e dunque per capire se si è entrati in contatto o meno col coronavirus SARS-CoV-2. Non si tratta affatto di un test diagnostico come lo è il tampone rino-faringeo, dal cui campione biologico viene ricercato l'RNA virale (la positività al patogeno) attraverso una procedura di laboratorio chiamata test di reazione a catena della polimerasi inversa in tempo reale (RT-PCR). In Italia verranno effettuati ben 150mila test sierologici a partire dalla prossima settimana, forniti gratuitamente dall'azienda americana Abbott che ha vinto il bando del governo. I soggetti da coinvolgere sono stati individuati dall'ISTAT e verranno contattati dalla Croce Rossa per concordare l'appuntamento del prelievo (nel caso in cui si accettasse di partecipare). Il test sierologico è infatti un semplice esame del sangue, che serve appunto a rintracciare gli anticorpi nel fluido.

Benché alcuni immaginino questi test come una sorta di panacea di tutti i mali nel contrasto alla pandemia di coronavirus, le cose non stanno affatto così. I test non forniscono infatti alcun agognato “patentino di immunità”, tanto meno possono essere utili nell'ottica di ridurre (o meno) le misure di contenimento per spezzare la catena di contagi. Questo anche perché al momento si stima che la quota di persone contagiate in una data comunità sia una frazione piccolissima della popolazione complessiva. Su 6.600 test effettuati nella Regione Toscana, ad esempio, è risultato positivo solo il 3,5 percento del campione; nelle aree più gravemente colpite in Germania, Italia e Svezia, si stima che questa soglia sia compresa tra il 10 e il 15; nello Stato di New York i dati preliminari suggeriscono un 13,9 percento di contagiati, mentre nella sola città di New York il dato salirebbe attorno al 21 percento. Pur essendo numeri importanti in termini squisitamente numerici, siamo ben lungi dall'ottenimento della cosiddetta immunità di gregge, per la quale gli scienziati ritengono la soglia più bassa al 60 percento.

I test sierologici, dunque, serviranno a capire quanto è circolato effettivamente il virus in Italia, anche perché grazie ad essi si potrà individuare quella (larga) fetta di persone contagiate dal coronavirus ma asintomatiche o con sintomi lievissimi. Secondo quanto dichiarato dal dottor Robert Redfield, direttore dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC) americani, si stima che il 25 percento delle persone contagiate da SARS-CoV-2 non presenti sintomi. A Vo' Euganeo, dove sono stati eseguiti test a tappeto, ben il 40 percento dei positivi non aveva sintomi. Grazie ai test sierologici, dunque, si avrà un quadro più preciso della popolazione effettivamente colpita dal patogeno e di quella ancora suscettibile. Inoltre, si capirà finalmente il reale tasso di mortalità della COVID-19, l'infezione scatenata dal coronavirus, che al momento a livello globale si attesta attorno al 7 percento (ma in alcune aree come la Lombardia ha addirittura sfiorato la soglia del 10 percento). Si ritiene che il valore reale sia molto, molto più basso, nell'ordine dello “zero virgola”, benché alcuni studiosi e l'OMS alzino l'asticella attorno al 2-3-4 percento.

Tornando al discorso “patentino di immunità”, ad oggi gli scienziati non sanno se le persone guarite dal coronavirus hanno effettivamente sviluppato la memoria immunitaria in grado di proteggerle da una successiva esposizione al patogeno. Nel caso in cui essa sia effettivamente presente, inoltre, non sanno quanto essa duri. La speranza è che possa durare per tutta la vita, ma non ci sono evidenze scientifiche per confermarlo, anche alla luce dell'andamento ondulante della patologia, con persone negativizzate e poi risultate nuovamente positive. Va poi tenuto in considerazione che i test sierologici non sono sicuri al 100 percento, e non garantiscono l'assoluta assenza di falsi positivi o falsi negativi. Quello scelto dall'Italia ha una sensibilità del 95 percento. Anche le concentrazioni di immunoglobuline IgG (quelle a “lungo termine”) che si sviluppano dopo una malattia possono giocare un ruolo nell'offrire lo scudo immunitario, dunque non è detto che tutti i guariti – qualora fosse confermata l'immunogenicità – siano effettivamente protetti.

Anche se sta avendo un impatto drammatico su miliardi di persone, con conseguenze sanitarie, sociali, economiche e psicologiche paragonabili a quelle di una catastrofica guerra, la pandemia di coronavirus è circolata per troppo poco tempo per avere tutte le informazioni necessarie sul “nemico”. La speranza più grande al momento è rappresentata da un potenziale vaccino, forse già disponibile dal prossimo autunno; ma per ora dobbiamo continuare a seguire il distanziamento sociale, curare l'igiene e indossare le mascherine,