Nel momento in cui stiamo scrivendo, sulla base della mappa interattiva messa a punto dall'Università John Hopkins, nel nostro Paese si registrano oltre 41mila contagiati dal coronavirus (la metà di quelli cinesi) e più di 3.400 morti, cifra che ci mette al primo posto per numero di vittime nel mondo. Benché dallo scorso 11 marzo l'Italia intera sia stata messa in lockdown (non rigoroso come quello di Wuhan), questi numeri continuano a salire, e continueranno a farlo fino al raggiungimento del picco, che secondo alcuni esperti è previsto entro marzo. Fino ad allora un fiume crescente di pazienti continuerà a riversarsi negli ospedali, e poiché il 10 percento richiede il ricovero in terapia intensiva, il rischio della saturazione dei posti letto è più che concreto. Soprattutto in Lombardia, la Regione italiana più colpita, dove molti nosocomi sono praticamente al collasso. Fortunatamente, una parte dei pazienti può essere trattata anche in terapia subintensiva. Ecco qual è la differenza tra le due differenti specialità mediche.

Cos'è la terapia intensiva

Come suggerisce il nome, la terapia intensiva (che in Italia è sinonimo di rianimazione), è un reparto dove vengono trattati i pazienti più critici. Quelli in pericolo di vita a causa di insufficienza d'organo, singola o multipla. “È la specialità medica che supporta i pazienti la cui vita è in pericolo immediato, come quando un organo vitale come cuore, fegato, polmoni, reni o sistema nervoso è interessato” si legge nella descrizione dell'Associazione Europea di Medicina della Terapia Intensiva (ESICM – European Society of Intensive Care Medicine). Nel caso specifico della COVID-19, l'infezione scaturita dal nuovo coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2), la maggior parte dei pazienti che necessita di questo trattamento manifestano una grave polmonite bilaterale interstiziale con possibile con sindrome da distress respiratorio acuto o ARDS (Acute respiratory distress syndrome), una delle complicanze caratterizzata da danni alle pareti dei capillari e versamento di fluidi. Questi pazienti vengono intubati e l'insufficienza respiratoria viene trattata con la ventilazione artificiale, supportata anche dalla posizione prona, una tecnica ideata dal professor Luciano Gattinoni e usata in tutto il mondo.

Le Unità di Terapia Intensiva (ICU – Intensive Care Unit) vengono gestite soltanto da personale sanitario altamente specializzato, e oltre a un letto “high tech” sono circondate da sofisticate apparecchiature che servono a monitorare il paziente ricoverato 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. Lo scopo della terapia intensiva è quello di “stabilizzare” il malato grave, ripristinare un equilibrio nelle funzioni vitali e permettere il trasferimento in un reparto meno intensivo ma più specializzato per il trattamento del problema. In terapia intensiva infatti si può finire dopo un infarto, un ictus, un grave evento traumatico (ad esempio a seguito di una caduta o di un incidente stradale), e anche dopo un intervento chirurgico molto invasivo. Oltre ai macchinari come il respiratore, il defibrillatore, i monitor che mostrano i parametri vitali e altro ancora, il letto della terapia intensiva deve prevedere ampio spazio per permettere l'intervento immediato del personale sanitario; un banco con i farmaci, cestini per gettare gli scarti biologici e altro ancora. Come spiegato a Repubblica dal direttore del Laboratorio di Epidemiologia clinica dell’Istituto Mario Negri Guido Bertolini, per ogni 4 pazienti ricoverati in terapia intensiva ci devono essere un medico e due infermieri. La durata del ricovero in terapia intensiva può durare da poche ore a settimane o mesi, a seconda delle condizioni del paziente. La Fondazione Veronesi spiega che per un paziente di COVID-19 potrebbero servire dai 20 ai 30 giorni, ma i tempi si possono allungare quando le persone “sono molto anziane e presentano altre malattie”.

Cos'è la terapia subintensiva

In terapia subintensiva finiscono i pazienti che non hanno bisogno di un trattamento invasivo come quelli più critici, ma che a causa della loro gravità necessitano comunque di uno stretto e costante monitoraggio delle funzioni vitali. Si tratta di una unità intermedia tra la degenza ordinaria e il trattamento intensivo, come specificato in un articolo della SIMEU, la Società Italiana di Medicina d'Emergenza-Urgenza. A differenza della terapia intensiva, quella subintensiva, inoltre, non è standardizzata: “Benché alcuni enti regolatori abbiamo previsto la necessità della presenza di questo tipo di unità che chiameremo di terapia subintensiva, non esistono standard universalmente accettati né sulle dotazioni né sulla organizzazione di queste unità”, si legge nel comunicato della SIMEU. Ciò significa che esistono diverse tipologie di terapia subintensiva. Fra quelle citate dall'organizzazione vi è quella coronarica.

In una nota dell'Ospedale Lazzaro Spallanzani di Roma, in prima fila nel contrasto alla COVID-19, si legge che nella sezione di terapia subintensiva è disponibile “il monitoraggio dei segni vitali ed, eventualmente, anche la possibilità di ventilazione non-invasiva o invasiva”. Nel trattamento dell'infezione da coronavirus, oltre ai ventilatori tradizionali, vengono utilizzati con successo anche i caschi respiratori CPAP (Continuous Positive Airway Pressure). Sono dispositivi che permettono di fornire ventilazione artificiale a un paziente con difficoltà respiratorie e che possono rappresentare una delle dotazioni all'avanguardia delle terapie subintensive. La Fondazione Veronesi spiega che in terapia subintensiva possono passare i pazienti dopo il trattamento nella sezione più critica: “Superato il periodo di ricovero in terapia intensiva, un paziente potrebbe non essere ancora in grado di proseguire la degenza in un reparto ordinario. Da qui l'esigenza di avere delle strutture intermedie, dove i pazienti vengono monitorati 24 ore al giorno, ma con un supporto meno invasivo rispetto ai giorni precedenti”.