Per il trattamento dei pazienti in terapia intensiva colpiti dalla COVID-19, l'infezione scatenata dal nuovo coronavirus (SARS-CoV-2) emerso in Cina, una delle procedure prevede la posizione prona, cioè a pancia in giù. L'ideatore di questa tecnica, ora utilizzata in tutto il mondo, è il luminare Luciano Gattinoni, oggi professore emerito all'Università Statale di Milano, docente presso il Dipartimento di Anestesiologia, Medicina d'urgenza e terapia intensiva dell'Università di Gottinga (Germania) ed ex primario del Policlinico di Milano, struttura in prima linea nel contrasto all'emergenza coronavirus, recentemente balzata a pandemia dopo l'annuncio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il professore settantacinquenne ha lavorato per decenni al perfezionamento e alla dimostrazione dell'efficacia della sua tecnica, dopo un periodo iniziale piuttosto complicato durante il quale i colleghi ridevano persino di lui, come sottolineato dallo stesso Gattinoni in un'intervista al Corriere della Sera. Ovviamente la posizione prona non è nata per il trattamento dei pazienti colpiti dalla COVID-19, trattandosi di una patologia emersa alla fine dello scorso anno nella città di Wuhan, ma per i pazienti con grave insufficienza respiratoria, una delle principali complicanze scatenate dal patogeno. Nello specifico, Gattinoni e i colleghi l'hanno messa a punto per trattare persone con sindrome da distress respiratorio acuto o ARDS (Acute respiratory distress syndrome), una condizione caratterizzata da danno polmonare con lesioni alle pareti dei capillari e versamento di fluidi. L'ARDS, come specificato in due studi pubblicati sull'autorevole rivista scientifica The Lancet, figura tra le complicazioni della COVID-19.

Ma come mai mettere il paziente in posizione prona aiuta a migliorare la prognosi e dunque favorisce la guarigione? Come spiegato al Corriere della Sera da Gattinoni, poiché dalle tac polmonari dei pazienti con ARDS si osservava che la porzione superiore dei polmoni "era piena d'aria" mentre quella compromessa era quella "più vicina alla colonna vertebrale", lui e il suo team pensarono "che mettendo il paziente a pancia in giù il sangue sarebbe andato nella parte aperta e ci sarebbe stata una ossigenazione migliore. E questo in effetti succedeva", ha spiegato lo specialista. Facendo nuovamente le tac, ha proseguito Gattinoni, "capimmo che il miglioramento non era tanto dovuto all’ossigenazione, quanto al fatto che in posizione prona le forze si distribuiscono nel polmone in modo più omogeneo. Pensi ad un polmone sottoposto all’energia meccanica del respiratore, è come se gli venissero dati continui calci: tam, tam, tam. Ovviamente più questa forza viene distribuita omogeneamente, meno danni fa. Adesso questa tecnica è entrata nel bagaglio delle conoscenze ed è usata in tutto il mondo".

Una delle ultime ricerche “firmate” dal professore sull'efficacia della posizione prona è stata pubblicata nel 2019 sulla rivista scientifica specializzata Respiratory and Critical Care Medicine. Nell'articolo “Prone Positioning in Acute Respiratory Distress Syndrome”, Gattinoni e i suoi colleghi dell'Università di Gottinga (Mattia Busana, Lorenzo Giosa, Matteo Maria Macrì e Michael Quintel) scrivono che “all'inizio, il focus della posizione prona era il miglioramento dell'ossigenazione attribuito a una ridistribuzione della perfusione. Tuttavia, i meccanismi alla base della posizione prona sono più complessi”. “In effetti – proseguono gli scienziati – gli effetti positivi sull'ossigenazione e sulla rimozione della CO2 della posizione prona deve essere attribuita a una inflazione-ventilazione più omogenea, alla mancata corrispondenza della forma polmonare / toracica e al cambiamento dell'elastanza della parete toracica”. Grazie a questa intuizione oggi è possibile salvare la vita anche ai pazienti colpiti dal coronavirus.