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Coronavirus
11 Ottobre 2021
11:49

Perché rischiamo un’epidemia combinata di influenza aggressiva e Covid nei prossimi mesi

Grazie alle misure anti Covid introdotte sin dall’inizio della pandemia, dai lockdown al distanziamento sociale, passando per le mascherine e altre limitazioni alle libertà personali, lo scorso anno l’influenza è stata praticamente cancellata. Tuttavia, secondo alcuni esperti, proprio a causa delle chiusure del 2020 nei prossimi mesi potrebbe dar vita a un’epidemia particolarmente aggressiva, che in combinazione alla diffusione della variante Delta potrebbe mettere in ginocchio i sistemi sanitari. Ecco perché.
A cura di Andrea Centini
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Come recentemente affermato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nonostante i dati epidemiologici promettenti osservati in diversi Paesi (come quelli europei) la pandemia di COVID-19 non è ancora sotto controllo e, tra l'autunno e l'inverno, potrebbe riacutizzarsi con colpi di coda importanti. Del resto anche nei Paesi con efficienti campagne vaccinali – come l'Italia, dove l'80 percento della popolazione immunizzabile ha completato il ciclo – ci sono ancora milioni di persone non ancora vaccinate, che rischiano le conseguenze più gravi dell'infezione da coronavirus SARS-CoV-2. Ma gli scienziati sono preoccupati anche dalla diffusione di un'altra malattia infettiva, la troppo spesso sottovalutata influenza, che dopo una stagione sotto traccia, con i virus influenzali praticamente “cancellati” grazie alle misure anti Covid, i prossimi mesi rischia di dar vita a una pericolosa epidemia combinata con quella di COVID-19, guidata dalla variante Delta. Il rischio è dunque quello di una “twindemic”, una combinazione di influenza e infezione da coronavirus SARS-CoV-2 potenzialmente in grado di portare al collasso i sistemi sanitari.

A lanciare l'allarme su questo potenziale rischio vi sono i due scienziati Mark S. Roberts e Richard K. Zimmerman, rispettivamente docenti di Health Policy and Management e Family Medicine presso l'Università di Pittsburgh. I professori, alla guida di un team di esperti nella gestione delle vaccinazioni e di modelli matematici predittivi per l'andamento delle malattie infettive, in un lungo articolo su “The Conversation” hanno spiegato perché non dobbiamo sottovalutare il rischio di twindemic, che può essere innescato da molteplici fattori. Com'è ampiamente noto, i lockdown, la chiusura delle scuole e delle altre attività, l'uso delle mascherine, le limitazioni ai viaggi, il distanziamento sociale e le altre limitazioni alle libertà personali sono stati introdotti dall'inizio della pandemia per spezzare la catena dei contagi del coronavirus SARS-CoV-2; ciò ha avuto come effetto virtuoso di proteggerci anche da altri virus, abbattendo l'incidenza dell'influenza, delle sindromi parainfluenzali e di altre malattie infettive i cui agenti patogeni si avvantaggiano della vicinanza tra le persone (oltre che del freddo).

Ma con le riaperture e il generale allentamento delle restrizioni, in virtù dei dati epidemiologici in miglioramento, si sono spalancate le porte anche al ritorno dei nostri vecchi nemici, che ora posso profittarne ancor più che in passato. Lo sta già dimostrando l'aumento di casi severi nei bambini di infezione da virus respiratorio sinciziale umano (RSV) registrato in diversi Paesi. Gli scienziati spiegano che ciò è dovuto al fatto che molti bimbi, restando chiusi in casa durante il periodo più duro delle restrizioni, non sono stati esposti agli agenti virali comuni e il loro sistema immunitario non si è “allenato” abbastanza; così, una volta riaffacciati sul mondo, sono stati aggrediti con maggior virulenza dai patogeni, RSV compreso. Il problema risulta particolarmente significativo per i neonati, i cui sistemi immunitari nel 2020 non hanno avviato quel naturale processo biologico di "irrobustimento" dovuto alle interazioni con gli altri e l'ambiente esterno. Tutto questo può riflettersi anche negli adulti con l'influenza, a causa dei numerosi ceppi circolanti e della loro naturale mutevolezza.

Come specificato su The Conversation dai due scienziati, le difese immunitarie di una persona contro i ceppi di virus influenzali circolanti nella stagione corrente sono influenzate da diverse variabili. Fra esse vi sono quanto i nuovi ceppi sono simili a quelli cui si è già stati esposti in passato e quanto recentemente si sono verificate quelle infezione influenzali, nel caso in cui si fossero verificate. Entrano in gioco anche la diffusione del vaccino antinfluenzale e quanto quest'ultimo è efficace contro i ceppi circolanti. Poiché lo scorso anno il nostro sistema immunitario non è stato “rinvigorito” dalla consueta esposizione ai virus influenzali, quest'anno potremmo non essere sufficientemente protetti da quelli in circolazione, risultando più vulnerabili all'aggressione, come sta avvenendo col virus respiratorio sinciziale nei bambini.

Per determinare questo rischio di "twindemic" negli Stati Uniti i professori Roberts e Zimmerman hanno condotto due distinti studi. Nella prima ricerca “Agent-based Investigation of the Impact of Low Rates of Influenza on Next Season Influenza Infections” pubblicata su MedrXiv – e non ancora sottoposta a revisione paritaria – hanno utilizzato un modello matematico in grado di prevedere la diffusione dell'epidemia di influenza tenendo conto delle interazioni sociali (scuola, casa, lavoro etc etc) nel contesto attuale; mentre nella seconda ricerca “Predicting the impact of low influenza activity in 2020 on population immunity and future influenza season in the United States”, anch'essa caricata su Medrxiv, hanno modellato la simulazione tenendo conto di fattori come il numero di persone suscettibili all'infezione, quelle contagiate, guarite, ricoverate in ospedale o decedute. Da queste analisi dati è emerso che negli USA si attendono oltre 100mila ricoveri in più per influenza rispetto ai centinaia di migliaia che si verificano con una normale epidemia. “Una tipica stagione influenzale di solito produce da 30 a 40 milioni di casi di malattia sintomatica, tra 400.000 e 800.000 ricoveri e da 20.000 a 50.000 decessi”, scrivono i due studiosi su The Conversation.

Poiché si ritiene che nei prossimi mesi ci saranno ancora moltissime persone con COVID-19 ricoverate in ospedale, sia nei reparti ordinari che in quelli di terapia intensiva, una simile ondata di ospedalizzazioni per l'influenza potrebbe mettere in ginocchio i sistemi sanitari. Naturalmente non solo negli USA, ma ovunque siano diffusi i patogeni. Fortunatamente non è detto che le cose andranno così, inoltre potremo sempre difenderci dall'influenza, attraverso il vaccino ma anche continuando a rispettare le norme di distanziamento sociale e uso della mascherina, che resteranno ancora in vigore contro la COVID-19. Un rischio può essere rappresentato dai bambini, che saranno particolarmente esposti ai virus a scuola e che potranno portarli a casa, ma basterebbe aumentare le vaccinazioni anche tra i più piccoli per ottenere una virtuosa riduzione dei casi, come sottolineato dagli autori degli studi.

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