Sapere quanto è effettivamente letale la COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, è un'informazione piuttosto complessa da ottenere, poiché è un dato strettamente connesso al numero complessivo di contagi, tutto fuorché certo a livello locale e globale. La mappa interattiva messa a punto dagli scienziati dell'Università Johns Hopkins, nel momento in cui stiamo scrivendo registra oltre 45 milioni di infezioni in tutto il mondo dall'inizio della pandemia, ma si ritiene si tratti di una grande sottostima. La ragione risiede nel fatto che una larga parte dei contagiati è asintomatica o paucisintomatica (con sintomi lievi), pertanto sfugge ai controlli e non viene inserita nelle statistiche ufficiali. Nonostante questa sensibile incertezza, c'è un dato molto significativo e in qualche modo “confortante”, se così si può dire per una pandemia che ha già ucciso quasi 1,2 milioni di persone in tutto il mondo (e oltre 38mila in Italia): rispetto ai mesi drammatici di marzo e aprile, quando abbiamo vissuto il picco della prima ondata, la sopravvivenza dei pazienti gravi e ricoverati negli ultimi mesi/settimane è aumentata in modo netto e sostanziale.

Alcuni virologi hanno ipotizzato che il coronavirus SARS-CoV-2, adattandosi all'ospite (cioè noi) con il tempo sia diventato più trasmissibile e meno aggressivo, un processo biologico ben noto, tuttavia al momento non c'è alcuna evidenza scientifica che ciò possa essere accaduto. Chi infatti parlava di virus “clinicamente morto” durante l'estate si è dovuto ricredere innanzi ai dati drammatici delle ultime settimane, con centinaia di morti ogni giorno registrati in tanti Paesi europei – Italia compresa -, negli Stati Uniti e in molte altre parti del mondo. Indubbiamente il boom di decessi è legato a una circolazione praticamente fuori controllo del patogeno, con decine di migliaia di nuovi positivi al giorno (con picchi in Francia a dir poco drammatici); è naturale che più persone vengono infettate, maggiore è il numero di quelle che perdono la vita. Questo varrebbe anche per un'influenza. Il dato significativo che rilevano gli esperti, come dichiarato al New York Times dal professor Tom Inglesby, direttore del Center for Health Security presso l'Università Johns Hopkins, è la percentuale di morti sul numero di diagnosi, il cosiddetto tasso di letalità. “Se si confronta il numero di persone che muoiono per ogni 100 casi diagnosticati negli Stati Uniti, esso è sostanzialmente inferiore a quello registrato in estate e molto inferiore a quello della primavera”, ha spiegato l'esperto. A suffragare quanto affermato, vi sono ad esempio i dati di un sistema ospedaliero di New York, dove a marzo è deceduto circa il 30 percento dei pazienti ricoverati, contro il 3 percento rilevato a giugno.

Queste differenze sostanziali sono state osservate in molte parti del mondo. Nello studio “Improving COVID-19 critical care mortality over time in England: A national cohort study, March to June 2020” condotto da scienziati dell'Università di Exeter, ad esempio, è stato determinato che nel Regno Unito, a marzo, quattro persone su dieci di quelle ricoverate in terapia intensiva morivano, mentre alla fine del mese di giugno si registrava un tasso di sopravvivenza superiore all'80 percento. In molti ritengono che questo crollo nella letalità sia dovuto alla fascia di età dei pazienti coinvolti; se infatti durante il picco pandemico venivano ricoverati soprattutto anziani, naturalmente più fragili, nei mesi successivi – quando la terza età si è protetta – sono stati contagiati molti più giovani, che hanno maggiori probabilità di superare l'infezione grazie a un sistema immunitario più pronto e forte. Questa ipotesi, tuttavia, è stata smontata dallo studio “Trends in COVID-19 Risk-Adjusted Mortality Rates” guidato da scienziati del centro Langone Health dell'Università di New York. In parole semplici, analizzando i dati di migliaia di pazienti ricoverati tra marzo e agosto, hanno determinato che il miglioramento del tasso di letalità (passato dal 26,% percento di marzo al 7,6 percento di agosto) era tangibile per tutti e non legato a età, sesso, razza, comorbilità e altri fattori.

Dunque, da cosa è dipeso questo aumento della sopravvivenza? Si ritiene che la ragione principale sia la conoscenza migliore della COVID-19 da parte dei medici, che adesso possono contare su armi efficaci – come il desametasone – in grado di ridurre la mortalità in modo sostanziale. I pazienti adesso sono molto più consapevoli dei rischi che corrono e si fanno curare con largo anticipo, mentre prima in tantissimi finivano in ospedale in condizioni già critiche. E va anche tenuta presente la pressione sui sistemi sanitari, letteralmente travolti nei primi mesi dell'anno. Non c'era numero sufficiente di medici e infermieri specializzati in molte ospedali del mondo, e come spiegato al New York Times dalla dottoressa Gita Lisker, specialista di rianimazione presso il Northwell Health, in molte terapie intensive è stato impiegato personale non formato, un fattore che potrebbe aver fatto la differenza sull'assistenza ricevuta. Si è anche scoperto che il coronavirus provoca pericolosissimi coaguli, come mostra lo studio italiano “Increased sFLT1/PlGF ratio in COVID‐19: a novel link to Angiotensin II‐mediated endothelial dysfunction” pubblicato sulla rivista scientifica Americal Journal of Hematology, pertanto prima che si sapesse molti pazienti sono morti per essi. Adesso i medici forniscono terapie preventive ad hoc a base di farmaci fluidificanti. Insomma, le cure mediche sembrano essere la ragione principale di questa virtuosa inversione di tendenza, e non presunte mutazioni benigne del virus. Ma la seconda ondata che stiamo vivendo, a causa del soverchiante numero di contagi, sta già mettendo a dura prova i sistemi sanitari, e se non si appiattirà la curva il numero di decessi potrebbe tornare agli stessi, drammatici livelli del picco dei mesi scorsi. Per questo motivo è fondamentale rispettare le disposizioni delle autorità, mantenere il distanziamento sociale, indossare la mascherina e curare spesso l'igiene delle mani per prevenire l'infezione. Anche se "meno letale" rispetto a prima, il coronavirus uccide sempre tantissimo, circa 10 volte tanto una grave influenza, ha sottolineato il dottor Robert A. Phillips dello Houston Methodist, dunque non va assolutamente sottovalutato.