Alla data di venerdì 12 giugno, in base ai dati della mappa interattiva pubblicata dall'Università Johns Hopkins, il coronavirus SARS-CoV-2 ha contagiato nel mondo più di 7 milioni e mezzo di persone, uccidendone circa 422mila (in Italia si registrano 236mila contagiati e 34.167 morti). Ne consegue che il tasso di letalità, ovvero il numero delle persone decedute diviso per il totale dei contagiati/positivi ufficiali, a livello globale si attesta attorno al 5,6 percento, mentre per l'Italia siamo al 14,5 percento. Al momento quello italiano è il secondo tasso di letalità più elevato in assoluto, preceduto soltanto da quello della Francia (15,3 percento) e seguito da Regno Unito (14,1 percento); Messico (11,8 percento); la criticata Svezia (10,3 percento) che non ha attuato il lockdown; l'Ecuador (8,4 percento) e via discorrendo. Gli Stati Uniti hanno un tasso di letalità attorno al 5,7 percento, con più di 2 milioni di contagiati e poco meno di 114mila morti.

Diversi scienziati stimavano che il tasso di letalità della COVID-19, l'infezione scatenata dal SARS-CoV-2, sarebbe crollato col diffondersi della pandemia, ciò nonostante dal 3,5 percento del mese di marzo, in cui diversi Paesi – Italia compresa – stavano affrontando un drammatico aumento dei casi, si è passati al 7 percento di aprile e maggio, seguito dal successivo calo al 5,6 percento. Un balletto di cifre legato soprattutto alle strategie adottate dai singoli Paesi per spezzare la catena dei contagi, e non un riflesso dell'effettiva pericolosità del patogeno. 5,6 percento è comunque un tasso di letalità significativamente più elevato di quello di una comune influenza stagionale: in Italia, ad esempio, secondo quanto dichiarato dall'Istituto Superiore di Sanità (ISS), ogni anno a causa dell'influenza e delle sue complicazioni perdono la vita circa 8mila persone, ma solo poche centinaia sono vittime “esclusive” dei virus influenzali, a fronte di diversi milioni di contagiati. Il SARS-CoV-2 è dunque nettamente più letale.

Ma il tasso di letalità, non va assolutamente confuso col tasso di mortalità, cioè il numero delle persone decedute a causa della malattia diviso per il totale della popolazione esposta al patogeno (ad esempio, tutta l'Italia, o tutto il mondo). I dati ufficiali dei contagiati sono infatti ascrivibili ai tamponi rino-faringei, che a lungo sono stati fatti solo a chi presentava sintomi evidenti legati alla COVID-19 (tosse, febbre, difficoltà respiratorie e via discorrendo). Poiché l'infezione si manifesta in buona parte dei casi in modo del tutto asintomatico o paucisintomatico, ovvero con sintomi lievissimi atipici o simili a quelli di un raffreddore, si ritiene che i dati effettivi dei contagiati dal SARS-CoV-2 siano almeno dieci volte tanto quelli registrati. In Italia, ad esempio, invece che di 236.000 contagiati ce ne potrebbero essere 2.360.000, e ciò abbatterebbe il tasso di letalità all'1,4 percento, considerato da molti scienziati un valore molto più credibile per la COVID-19. In Corea del Sud, ad esempio, dove sono stati eseguiti tamponi a tappeto a più di un milione di persone, il tasso di letalità è del 2,3 percento, mentre a Singapore è solo dello 0,1 percento.

Anche il fatto che il picco epidemico non corrisponde col picco dei decessi (le persone perdono la vita diverso tempo dopo il contagio) può portare a valutazioni errate dei tassi di letalità. Per avere un'idea precisa dell'effettiva mortalità del virus bisogna conoscere quanto esso sia effettivamente circolato all'interno di una popolazione, e un aiuto può arrivare dai test sierologici che rilevano la presenza di anticorpi e dunque l'esposizione al patogeno. Secondo il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases Anthony Fauci, a capo della task force americana per l'emergenza coronavirus, il reale tasso di mortalità della COVID-19 si attesterebbe attorno all'1 percento, che è sensibilmente inferiore a quello della SARS (10 percento) e della MERS (circa 30 percento), ma una decina di volte superiore a quello dell'influenza stagionale.