La pandemia di COVID-19 sta avendo un impatto sanitario, sociale ed economico senza precedenti, paragonabile a quello di una grande guerra globale in cui la neutralità non è contemplata. Tutti stiamo pagando un prezzo per la diffusione del coronavirus SARS-CoV-2, che sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati dell'Università Johns Hopkins, nel momento in cui stiamo scrivendo ha contagiato (ufficialmente) oltre 85 milioni di persone e ne ha uccise 1,8 milioni (in Italia si registrano 2,2 milioni di infezioni complessive e più di 75mila decessi). Numeri drammatici che continueranno ad aumentare inesorabilmente nelle prossime settimane, ma che ci si augura possano iniziare a rallentare in modo significativo nel corso dell'anno grazie all'avvio della campagna vaccinale, sino alla definitiva sconfitta dell'invisibile nemico. La strenua lotta al coronavirus non ha tuttavia arrestato una delle principali minacce per l'intera umanità, i cambiamenti climatici, già responsabili della morte di un numero elevatissimo di persone, ma che nei prossimi decenni, se non faremo nulla per contenere l'aumento delle temperature, saranno responsabili di un disastro tale da far impallidire la pandemia che stiamo vivendo. Non è un caso che secondo alcuni scienziati la civiltà come la conosciamo oggi potrebbe sparire addirittura entro il 2050, mentre il più grande studio mai condotto sui cambiamenti climatici indica che stiamo andando incontro a “indicibili sofferenze”. Tra le cause scatenanti vi saranno anche nuove pandemie, che anche il riscaldamento globale sarà in grado di catalizzare.

A monitorare l'impatto sulla salute provocato dai cambiamenti climatici vi è una collaborazione internazionale di scienziati chiamata “The Lancet Countdown”, sotto l'egida dell'omonima e prestigiosa rivista. Il gruppo di lavoro è composto da climatologi, geografi, esperti di salute pubblica, medici, ingegneri, economisti, politologi e numerose altre figure professionali, che ogni anno, a partire dal 2015 – quello della firma dell'Accordo di Parigi sul Clima – stilano un rapporto dettagliato su effetti e previsioni del riscaldamento globale. Il rapporto 2020, che riflette i risultati delle analisi condotte dalle 35 principali istituzioni accademiche mondiali e dalle agenzie delle Nazioni Unite, indica che la situazione è drammatica e in costante deterioramento. Il rischio concreto è quello di non raggiungere affatto gli obiettivi previsti dall'accordo di Parigi, ovvero contenere entro i 2° C l'aumento delle temperature medie rispetto all'epoca preindustriale (sebbene l'obiettivo più virtuoso sia quello di non superare 1,5° C). Tenendo presente che l'aumento attuale è già di oltre 1,2° C, siamo pericolosamente vicini a saltare il primo, fondamentale traguardo. Lo suggeriscono i dati delle emissioni di carbonio nell'atmosfera, in costante aumento da decenni. Si stima che l'impatto della pandemia abbia determinato un crollo delle emissioni di CO2 dell'8 percento circa nel 2020, ma in seguito alla ripresa potrebbe esserci un rimbalzo con un aumento significativo, come verificatosi dopo la flessione innescata dalla crisi economica del 2008.

Come indicato nel rapporto del The Lancet Countdown, i prossimi 5 anni saranno fondamentali. “Per raggiungere l'obiettivo di 1,5 ° C e limitare l'aumento della temperatura a ‘ben al di sotto dei 2 ° C', le 56 gigatonnellate di CO 2 (GtCO2) attualmente emesse ogni anno dovranno scendere a 25 GtCO2 entro soli 10 anni (entro il 2030)”, spiegano gli scienziati. Per ottenere questo risultato è necessario che le emissioni di gas a effetto serra calino ogni anno del 7,6 percento, ma se non ci saranno misure adeguate per limitarle, l'obiettivo di 1,5° C diventerà fuori portata, con tutte le conseguenze catastrofiche sulle quali gli esperti ci mettono in allerta da tempo: innalzamento del livello dei mari con la scomparsa di intere metropoli e regioni costiere, oltre che di isole oceaniche (soprattutto nel Pacifico); ondate di calore estremo sempre più frequenti e letali; fenomeni come tempeste e alluvioni più intensi, frequenti e disastrosi; siccità; riduzione delle risorse alimentari e idriche; diffusione di malattie tropicali e rischio emersione di nuove pandemie; migrazioni di massa verso l'entroterra; e guerre globali per il territorio e le risorse sempre più scarse.

Queste sono solo alcune delle conseguenze cui stiamo andando incontro, ma i dati diffusi dagli scienziati del The Lancet Countdown – la cui indagine si è basata su 43 indicatori di natura climatica, sanitaria e ambientale – sottolineano che gli effetti dei cambiamenti climatici sono evidenti già adesso. Ad esempio, come si legge nel rapporto, le “popolazioni vulnerabili sono state esposte a ulteriori 475 milioni di eventi di ondate di calore a livello globale nel 2019”, che a loro volta si sono riflessi su un incremento di morbilità e mortalità. Basti pensare che negli ultimi venti anni, scrivono gli scienziati coordinati dal professor Nick Watts dell'Istituto per la Salute Globale dello University College London, “è stato registrato un aumento del 53,7 percento della mortalità correlata al calore nelle persone di età superiore ai 65 anni”. Solo nel 2018 ci sono stati circa 300mila decessi legati al caldo. Negli ultimi 5 anni i cambiamenti climatici hanno avuto un impatto diretto anche su circa 80 eventi come “inondazioni, siccità, tempeste e anomalie della temperatura”: si stima che tra 145 milioni di persone e 565 milioni di persone devono affrontare potenziali inondazioni legate all'innalzamento del mare, a sua volta catalizzato dallo scioglimento dei ghiacci. È inoltre aumentato in modo significativo il numero di giorni in cui durante l'anno si è esposti a un rischio “molto alto o estremamente alto” di incendi, tra il 2001 e il 2019. Anche il rendimento delle colture è calato in modo significativo: tra il 1981 e il 2019 si stima che la diminuzione sia stata compresa tra l'1,8 e il 5,6 percento. Se si considera che la popolazione umana è in crescita costante ed espansione, gli effetti a lungo termine di tali riduzioni potrebbero essere estremamente gravi. A causa di tutti questi effetti, circa il 70 percento delle amministrazioni delle città coinvolte nell'indagine hanno affermato che prevedono che in futuro i cambiamenti climatici comprometteranno seriamente “infrastrutture e risorse sanitarie pubbliche”.

Ma l'aumento delle temperature determina anche un rischio maggiore di contrarre malattie infettive. Come si legge nel rapporto, a causa delle variazioni climatiche i vettori di patologie tropicali stanno trovando condizioni idonee alla propria sopravvivenza in aree in passato a essi precluse, con una crescita vertiginosa rispetto agli anni '50. Gli autori del rapporto sottolineano che solo per il 2018 è stato registrato un aumento del 15 percento della trasmissione della febbre dengue, innescata dalla puntura della zanzara tigre (Aedes albopictus) infettata dal virus Dengue. Questo insetto è ormai diffusissimo anche nel nostro Paese, anche se fortunatamente molte delle patologie tropicali che può trasmettere non sono ancora arrivate. Gli scienziati spiegato che sono stati evidenziati aumenti regionali di trasmissione anche per la malaria e per le infezioni causate da batteri del genere Vibrio, tra i quali figurano il Vibrio parahaemolyticus e il Vibrio vulnificus. Oltre alla tropicalizzazione delle temperature, anche la costante distruzione e invasione degli habitat naturali aumenterà il rischio di contrarre malattie infettive, così come la nascita di nuove pandemie. Gli animali selvatici con meno spazio a disposizione saranno in maggiore contatto fra di essi e con l'uomo, e i virus avranno maggiori possibilità di fare il salto di specie e sviluppare mutazioni favorevoli in grado di contagiare anche noi. I pipistrelli, ad esempio, sono portatori “sani” – e incolpevoli – di numerosi coronavirus pronti a seguire la strada del SARS-CoV-2, se non inizieremo davvero a rispettare la natura e i suoi abitanti, che hanno il medesimo diritto di vivere sulla Terra che abbiamo noi.

“Molti dei passi compiuti per prepararsi a shock imprevisti, come una pandemia, sono simili a quelli necessari per adattarsi alle condizioni meteorologiche estreme e alle nuove minacce previste a causa dei cambiamenti climatici”, scrivono gli autori del rapporto. “Questi passaggi – proseguono gli scienziati – includono la necessità di identificare le popolazioni vulnerabili, valutare la capacità dei sistemi sanitari pubblici, sviluppare e investire in misure di prevenzione, migliorando la resilienza delle comunità. In effetti, senza considerare gli impatti attuali e futuri dei cambiamenti climatici, è probabile che gli sforzi per prepararsi a future pandemie vengano compromessi”. Ma le iniziative che stiamo prendendo non bastano. Ogni anno l'inquinamento atmosferico innescato dalle centrali elettriche legate al carbone causa un milione di morti, e ben 390mila nel 2018 sono le persone morte a causa del particolato sottile (l'uso del carbone è aumentato dell'1,7 percento dal 2016 al 2018). Anche le emissioni provenienti dagli allevamenti di bestiame sono aumentate del 16 percento tra il 2000 e il 2017, “con il 93% delle emissioni provenienti da ruminanti”. Le diete malsane principalmente basate sulla carne sono sempre più diffuse e il consumo eccessivo di carne rossa ha provocato circa un milione di morti nel 2017, scrivono gli scienziati. Per tutte queste ragioni gli esperti raccomandano non solo di passare al più presto a un uso diffuso delle fonti energetiche rinnovabili, ma anche a una dieta più equilibrata e maggiormente concentrata sui prodotti di origine vegetale. Se non cambieremo i nostri stili di vita "distruttivi", le indicibili sofferenze di cui parlano i ricercatori diverranno un'inevitabile realtà per noi e soprattutto le prossime generazioni.