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18 Agosto 2020
10:45

Microplastiche trovate in tessuti e organi umani per la prima volta: scienziati preoccupati

Grazie a una tecnica di imaging chiamata spettrometria μ-Raman, un team di ricerca dell’Università Statale dell’Arizona ha scoperto per la prima volta nanoplastiche e microplastiche annidate in tessuti e organi umani. Frammenti sono stati rilevati in tutti e 47 i campioni analizzati. Al momento non se ne conoscono ancora gli effetti sulla nostra salute, ma gli esperti si dicono preoccupati, anche alla luce delle quantità che ingeriamo.
A cura di Andrea Centini
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Per la prima volta nanoplastiche e microplastiche sono state trovate all'interno di tessuti e organi umani, una scoperta che getta un'inquietante ombra sull'effettivo impatto di questo materiale, simbolo dell'avidità e della scarsa lungimiranza della nostra specie. L'inquinamento da plastica è del resto considerato uno dei più grandi e diffusi problemi ambientali del pianeta; attraverso i frammenti più piccoli (e non solo) la contaminazione ha infatti raggiunto gli ecosistemi più remoti e preziosi, come la Fossa delle Marianne e i poli. L'accumulo di rifiuti plastici ha inoltre determinato la formazione di vere e proprie isole di spazzatura – grandi come nazioni – nel cuore degli oceani, ed è responsabile della sofferenza di milioni di animali, che uccide in modo lento e atroce. Se fino ad oggi ciò non è stato sufficiente a catalizzare un cambio di paradigma nella produzione, nell'uso e nello smaltimento della plastica, aver dimostrato che questo materiale è in grado di contaminare anche i nostri corpi – benché non se ne conoscano ancora gli effetti – potrebbe rappresentare il volano che mancava.

A rilevare per la prima volta microplastiche e nanoplastiche nei tessuti umani è stato un team di ricerca dell'Università Statale dell'Arizona, che ha condotto pionieristiche analisi su 47 campioni prelevati da persone decedute che avevano deciso di donare il proprio corpo alla ricerca scientifica. Tra le parti analizzate il fegato, i polmoni, la milza e i reni, tutti tessuti all'interno dei quali si sospettava potessero annidarsi i frammenti plastici. Ricordiamo che gli scienziati considerano microplastiche tutti i frammenti con una lunghezza inferiore ai 5 millimetri, mentre le infinitesime nanoplastiche sono quelle al di sotto di 0,001 millimetri. Attraverso una tecnica di imaging chiamata “spettrometria μ-Raman” i ricercatori Charles Rolsky, Varun Kelkar e Diego Mastroeni hanno rilevato un'inquietante concentrazione di plastica nei tessuti umani analizzati. Tra le dozzine di tipologie individuate figurano policarbonato (PC), polietilene tereftalato (PET), il polietilene (PE) e il famigerato bisfenolo A (BPA), un composto universalmente riconosciuto come tossico – in particolar modo per l'apparato endocrino e la fertilità – che pur essendo stato bandito da molti prodotti è ancora estremamente diffuso. Tutti e 47 i campioni sono stati trovati contaminati da plastica, e il bisfenolo A è stato individuato in ciascuno di essi.

“È possibile trovare plastiche che contaminano l'ambiente praticamente in ogni luogo del mondo e in pochi decenni siamo passati dal vedere la plastica come un meraviglioso beneficio a considerarla una minaccia”, ha dichiarato in un comunicato stampa il professor Rolsky. “Ci sono prove che la plastica si sta facendo strada nei nostri corpi, ma pochissimi studi l'hanno cercata lì. E a questo punto, non sappiamo se questa plastica sia solo un disturbo o se rappresenti un pericolo per la salute umana”, ha aggiunto lo studioso. Al momento, infatti, come indicato non sono noti gli effetti delle microplastiche sulla salute umana, ma nei modelli animali sono emerse problematiche relative a infertilità, infiammazione e cancro.

Considerando che secondo uno studio dell'Università di Newcaslte e del WWF mangiamo ben 250 grammi di plastica in un anno – quanto un abbondante piatto di pasta – , e che secondo un'altra ricerca dell'Università del Queensland e dell'Università di Exeter tutti i campioni ittici analizzati risultano contaminati, i risultati della nuova indagine non possono che far suonare il campanello d'allarme, anche se Rolsky e colleghi predicano cautela. “Non vogliamo essere allarmisti, ma è preoccupante che questi materiali non biodegradabili che sono presenti ovunque possano entrare e accumularsi nei tessuti umani, e non ne conosciamo i possibili effetti sulla salute”, ha dichiarato il professor Kelkar. “Una volta che avremo un'idea migliore di cosa c'è nei tessuti, possiamo condurre studi epidemiologici per valutare gli effetti sulla nostra salute. In questo modo, possiamo iniziare a comprendere i potenziali rischi per la salute, se ce ne sono”, ha aggiunto lo studioso. I dettagli della nuova indagine sono stati presentati durante il Fall 2020 Virtual Meeting & Expo dell'American Chemical Society (ACS).

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