Per le comunità che vivono in aree fortemente inquinate, l'impatto del coronavirus potrebbe essere particolarmente aggressivo, determinando non solo un'infezione potenzialmente più grave, ma anche una maggiore diffusione del patogeno e dunque un numero superiore di contagi e vittime. A suggerirlo vi sono le considerazioni di alcuni scienziati e i risultati di ricerche recenti e passate, che evidenziano quanto la pandemia di SARS-CoV-2 possa avere uno strettissimo legame con l'inquinamento atmosferico. Ma procediamo con ordine.

Coronavirus, cosa ci può insegnare lo studio sulla SARS

Il nome ufficiale “SARS-CoV-2deciso dal Coronavirus Study Group (CSG) dell'International Committee on Taxonomy of Viruses (l'ente preposto alla classificazione dei patogeni appartenenti alla famiglia Coronaviridae) per il patogeno emerso a Wuhan alla fine del 2019 non è stato casuale, ma nasce nel solco di quello del suo “cugino” SARS-CoV, responsabile della malattia respiratoria nota come SARS (Severe acute respiratory syndrome). L'analogia è stata decisa non solo perché le infezioni scatenate dai due coronavirus sono molto simili, ma anche per l'incredibile somiglianza genetica tra i due. Scienziati dell'Università di Fudan (Shanghai), dell'Università di Sydney (Australia) e dell'Istituto di Virologia di Wuhan hanno infatti determinato che condividono l'80 percento dei geni, oltre a essere originati entrambi nei pipistrelli (come del resto anche il coronavirus della MERS). In pratica, si tratta di due patogeni “parenti” che si comportano in modo molto simile, benché quello della SARS fosse meno contagioso ma più letale (10 percento). Da questa premessa arriviamo allo studio “Air pollution and case fatality of SARS in the People's Republic of China: an ecologic study” guidato da scienziati della Scuola di Salute Pubblica dell'Università della California, nel quale è stato dimostrato che le persone colpite dalla SARS che vivevano nelle aree più inquinate avevano il doppio delle probabilità di morire per la patologia. Data la somiglianza tra i due virus, non è azzardato pensare che i risultati dello studio pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Health possano essere applicati al nuovo coronavirus.

Da Wuhan alla Pianura Padana, lo smog veicola il Coronavirus

A suggerirlo, del resto, vi sono le dimensioni dei principali focolai epidemici. A Wuhan, metropoli da 11 milioni di abitanti nello provincia dello Hubei, si trovano tra i più grandi e inquinanti complessi industriali della Cina, mentre in Italia, il secondo Paese al mondo per numero di contagi (oltre 41mila nel momento in cui stiamo scrivendo) e il primo per vittime (3.405), è stata investita l'area della Pianura Padana, tra le aree più inquinate non solo d'Italia ma dell'intera Europa. A dimostrarlo le drammatiche immagini catturate dallo strumento Tropomi del satellite Sentinel-5P della missione Copernicus, gestita dall'Agenzia Spaziale Europea (ESA) e dalla Commissione Europea. Ancora più inquietanti i risultati di uno studio guidato da scienziati della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), che nel Nord Italia ha rilevato un significativo aumento di contagi di COVID-19 (l'infezione scatenata dal coronavirus) in associazione ai picchi di PM10 e PM2,5. “Le polveri stanno veicolando il virus. Fanno da carrier. Più ce ne sono, più si creano autostrade per i contagi”, ha dichiarato il professor Gianluigi de Gennaro, docente dell'Università di Bari e tra i coautori dello studio. Insomma, dove c'è lo smog il virus sembra diffondersi più velocemente e con maggiore letalità (i tassi di mortalità di Wuhan e delle province lombarde sono sensibilmente superiori alla media).

I polmoni delle persone che vivono nelle aree più inquinate sono costantemente messi a dura prova dallo smog, e non a caso si registrano picchi di patologie respiratorie e cancro ai polmoni (che uccide 80 italiani al giorno). Si stima che in Italia ogni anno muoiano migliaia di persone a causa dell'inquinamento atmosferico. Non c'è dunque da stupirsi che l'infezione da coronavirus possa essere più aggressiva proprio con chi ha già i polmoni cronicamente sotto stress. Tra le complicanze più comuni nei pazienti gravi da COVID-19, del resto, vi sono difficoltà respiratorie (dispnea), polmonite bilaterale interstiziale e sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS). A suffragare questo legame tra aggressività dell'infezione e polmoni non in salute vi è un altro dato riportato dall'Istituto Superiore di Sanità, quello sui fumatori, che hanno il doppio delle probabilità di finire in terapia intensiva o di avere bisogno della ventilazione artificiale rispetto agli altri pazienti colpiti dalla COVID-19. “Se partiamo da questa informazione, potremmo ipotizzare che forse individui, comunità che hanno livelli più elevati di inquinamento atmosferico potrebbero anche essere a maggior rischio di sviluppare un'infezione più grave”, ha dichiarato a The Verge la professoressa Ana Navas-Acien, medico ed epidemiologa presso l'Università Columbia di New York.

Tutto dunque lascia supporre che l'inquinamento atmosferico possa rendere la pandemia di coronavirus ancora più pericolosa, ma serviranno altri dati per certificarlo e determinare l'eventuale portata dell'impatto. Ciò che è certo è che lo smog, da quando SARS-CoV-2 ha iniziato a diffondersi nel mondo, ha subito un drastico calo a causa delle misure di “lockdown” imposte dai governi di diversi Paesi. Lo dimostrano i crolli del biossido di azoto proprio su Wuhan e sulla Pianura Padana, ma dati positivi in tal senso stanno arrivando anche dagli Stati Uniti.