Dall'inizio del 2019 in Amazzonia sono stati contati oltre 73mila incendi, un numero enorme, quasi doppio rispetto a quello rilevato dall'INPE (Istituto Nazionale per la Ricerca Spaziale) nel 2018. Si tratta di un fenomeno intimamente connesso al disboscamento, anch'esso caratterizzato da una crescita esponenziale – a luglio sono andati perduti 2.250 chilometri quadrati di foresta – e legato a doppio filo con le attività antropiche. Sono infatti gli agricoltori e gli allevatori ad appiccare le fiamme nel cuore della Foresta Amazzonica, per avere a disposizione più terreno per coltivazioni e bestiame. L'Amazzonia brucia ininterrottamente da oltre 16 giorni e più di 6mila roghi sono stati documentati soltanto nell'ultima settimana, come denunciato anche dall'attore Leonardo DiCaprio, fervido attivista ambientalista. In molti hanno puntato il dito contro le politiche antiambientaliste del nuovo presidente Bolsonaro, che ha depenalizzato sensibilmente i reati contro il patrimonio naturale. Per accendere i riflettori internazionali sugli inarrestabili roghi – e sul lassismo del governo – moltissimi brasiliani hanno aderito al movimento #prayforAmazonia. Ma la Foresta Amazzonica in fiamme è un dramma per l'intero Pianeta, non solo per il Brasile. Scopriamo perché.

Il polmone verde della Terra. Per definire l'Amazzonia, una gigantesca foresta pluviale nel cuore del Sud America, spesso si fa riferimento al “polmone verde della Terra”. Il motivo risiede nel fatto che foreste immense come l'Amazzonia, che si estende per ben 7,7 milioni di chilometri quadrati, non solo assorbono grandi quantità di anidride carbonica (CO2), ma immettono nell'atmosfera l'ossigeno di cui abbiamo bisogno per respirare e vivere. Va precisato che la fonte principale non sono queste foreste ma le alghe presenti negli oceani (fino al 70 percento); la stima per la Foresta Amazzonica è circa del 6 percento, benché circoli da tempo anche il dato – di origine incerta – del 20 percento. Tutto avviene grazie alla fotosintesi clorofilliana, il processo attraverso il quale le piante producono il proprio sostentamento (sostanze organiche) in presenza di luce solare. In parole semplici, le piante sfruttano il carbonio dell'anidride carbonica presente nell'aria per produrre energia e reimmettono ossigeno nell'atmosfera come sottoprodotto della reazione. Il contributo più prezioso dell'Amazzonia è l'assorbimento della CO2 prodotta dalle attività antropiche ma anche dalla respirazione degli animali. Si tratta infatti del principale dei gas serra, alla base del riscaldamento globale catalizzato dai cambiamenti climatici. In pratica, più foreste vuol dire meno anidride carbonica in circolazione, temperature più basse e più ossigeno in tutto il pianeta. Ma i devastanti incendi in atto in Amazzonia – così come quelli in Siberia – stanno producendo molteplici effetti negativi: oltre a ridurre l'estensione della foresta, infatti, stanno immettendo quantità significative di CO2 nell'atmosfera, inoltre avviano un processo di erosione del terreno, che col tempo diventa inutilizzabile per chi ha appiccato i roghi. È un circolo vizioso che può essere arrestato solo attraverso virtuose politiche incentrate sulla sostenibilità ambientale, diametralmente opposte al nuovo corso a favore dei proprietari terrieri, delle industrie agroalimentari e minerarie tracciato da Bolsonaro.

 

Dramma senza fine. Sulla Terra esistono fondamentalmente tre "polmoni verdi": il principale è proprio l'Amazzonia, seguito dalla Foresta Boreale o Taiga – che si estende per oltre 10 milioni di chilometri – e dalla Grande Foresta Pluviale del Congo. Nonostante la loro importanza, la FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura) ha stimato che dall'inizio del XX secolo sia andato perduto il 50 percento delle foreste pluviali della Terra, distrutto dall'insaziabile avidità e dalla sete di potere e denaro che muovono l'essere umano. A partire dagli anni '40 del secolo scorso è andato perduto un quinto della sola Foresta Amazzonica, soprattutto a causa dell'estrazione commerciale del legno, ma anche per far posto ad allevamenti, coltivazioni e miniere. La distruzione sistematica di questo immenso patrimonio naturale è continuato da allora quasi ininterrottamente a ritmi vertiginosi, ma grazie ai programmi di conservazione (sostenuti anche dalla comunità internazionale) negli ultimi decenni si è riusciti a contenere in parte l'avanzata distruttiva. Le politiche del nuovo governo brasiliano stanno tuttavia rimettendo tutto in discussione. Va infine ricordato che nel cuore della Foresta Amazzonica alberga la più ricca e florida biodiversità del pianeta, che abbraccia un numero enorme di specie vegetali e animali (moltissime delle quali ancora da scoprire), senza dimenticare le fragili comunità indigene, le prime a soffrire per le continue ingerenze dell'uomo "potente".