Tra i farmaci più promettenti per contrastare la COVID-19, l'infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2, gli anticorpi monoclonali (cioè semi-sintetici, prodotti in laboratorio) stanno giocando un ruolo particolarmente significativo nelle terapie sperimentali, dato che alcuni hanno mostrato benefici clinici nei pazienti. Tra i più promettenti in assoluto figura il tocilizumab, un antiinfiammatorio e immunosoppressore utilizzato da alcuni anni nel contrasto di patologie autoimmuni alla stregua dell'artrite idiopatica giovanile, dell'artrite reumatoide, dell'arterite a cellule giganti e di altre sindromi in grado di innescare la cosiddetta “tempesta di citochine”. Si tratta di una reazione sproporzionata del sistema immunitario, che può danneggiare gravemente gli organi e portare al decesso del paziente. È noto che una delle complicazioni più diffuse e pericolose della COVID-19 è proprio la tempesta di citochine; per questa ragione si stanno sperimentando farmaci che agiscono contro di essa.

Come indicato, il tocilizumab ha dimostrato una certa efficacia in diversi studi clinici, e ora ce n'è un altro a suffragarne le potenzialità, in particolar modo nella prevenzione al ricorso della ventilazione meccanica e in generale nella mortalità. A condurlo un team di ricerca italiano guidato da scienziati dell'Università di Modena e Reggio Emilia, che hanno collaborato coi colleghi dell'Università di Bologna, dell'Azienda USL-IRCCS di Reggio Emilia, dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico di Modena e dello University College di Londra. Gli scienziati sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto uno studio di coorte retrospettivo e osservazionale su un totale di 1.351 pazienti, parte dei quali ricoverati a Bologna tra il 21 febbraio e il 24 marzo e parte a Modena tra il 21 febbraio e il 30 aprile.

Fra i pazienti, il 40 percento (544) manifestata una grave polmonite innescata dall'infezione. Tutti sono stati trattati con il protocollo standard, ovvero “ossigeno supplementare, idrossiclorochina, azitromicina, antiretrovirali ed eparina a basso peso molecolare”, come si legge nell'abstract dello studio, mentre una parte dei pazienti (316) ha ricevuto anche il tocilizumab. Nello specifico, l'immunosoppressore è stato somministrato in due differenti modalità: 8 milligrammi per ogni kg di peso (fino a 800 mg) per via endovenosa e 162 milligrammi somministrati in due dosi per via sottocutanea.

Durante il periodo di follow-up è deceduto il 20 percento dei pazienti trattati solo con la terapia standard (73), contro il 7 percento (13) di quelli trattati anche con il tocilizumab. Per il gruppo del tocilizumab è risultata significativamente ridotta anche la necessità di ricorrere alla ventilazione meccanica. I ricercatori hanno tenuto in considerazione fattori importanti quali il sesso, l'età, la durata dei sintomi e un punteggio clinico chiamato SOFA (Sequential Organure Assessment). Benché non si sia trattato di uno studio randomizzato, i risultati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Lancet Rheumatology sembrano confermare l'efficacia del tocilizumab.

A commentare su Facebook i risultati dello studio il professor Enrico Bucci, docente presso il Dipartimento di Biochimica e Biologia molecolare della Temple University di Philadelphia: “Uno studio retrospettivo tutto italiano, fatto veramente bene dal punto di vista del trattamento dei fattori confondenti e dei controlli ha trovato che in un gruppo di 541 pazienti con sintomi severi di polmonite Covid, di cui 316 trattati con il farmaco in aggiunta alle cure standard, si osserva che i morti si riducono a un terzo e che il rischio composto di entrare in ventilazione assistita o morire si riduce enormemente. Questo è il potere degli studi fatti bene in cui gli effetti confondenti sono trattati e il potere statistico del campione è sufficiente. Non avevamo nulla, oggi abbiamo un'arma in più”.

Nonostante i risultati positivi di questo e altri studi, recentemente l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha annunciato che uno studio clinico randomizzato condotto dall’Azienda Unità Sanitaria Locale-IRCCS di Reggio Emilia non ha mostrato “alcun beneficio nei pazienti trattati, né in termini di aggravamento (ingresso in terapia intensiva) né per quanto riguarda la sopravvivenza”. Ma la popolazione di pazienti coinvolta aveva una fase precoce della malattia, dunque non così grave come quella coinvolta nello studio pubblicato su The Lancet. Si attendono ulteriori conferme sull'effettiva efficacia del promettente anticorpo monoclonale.