Nonostante l'infezione da coronavirus SARS-CoV-2 possa provocare un'ampia gamma di sintomi neurologici, che spaziano dalla perdita dell'olfatto (anosmia) all'ictus, l'aggressione diretta al cervello da parte del patogeno pandemico è sempre stata in dubbio. A dicembre dello scorso anno un team di ricerca tedesco guidato da scienziati del Dipartimento di Neuropatologia dell’Istituto Charité di Berlino aveva scoperto un percorso potenzialmente “privilegiato” per l'accesso al tessuto cerebrale, ovvero il collegamento tra mucosa nasale, nervo olfattivo e bulbo olfattivo, dai quali il coronavirus avrebbe potuto raggiungere agevolmente l'encefalo. Un nuovo studio, il più approfondito mai condotto su cervello di pazienti che hanno contratto la COVID-19 (l'infezione provocata dal SARS-CoV-2), ha tuttavia dimostrato che il coronavirus non invade direttamente il cervello, pur potendo provocare danni estremamente severi.

A condurre la nuova indagine è stato un team di ricerca americano guidato da scienziati del Vagelos College of Physicians and Surgeons -Irving Medical Center dell'Università Columbia e del New York Presbyterian Hospital, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dei Dipartimenti di Medicina, Patologia, Immunologia e Neuroscienze dell'Università di Washington e del Dipartimento di Patologia e Medicina di Laboratorio del Dartmouth-Hitchcock Medical Center. Gli scienziati, coordinati dal professor James E. Goldman, docente di patologia e biologia cellulare presso l'ateneo newyorchese, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver analizzato a fondo il cervello di 41 pazienti deceduti per COVID-19. I pazienti avevano un'età compresa tra i 38 e i 97 anni, circa il 50 percento era stato ricoverato in terapia intensiva per l'intubazione e tutti quanti avevano danni ai polmoni provocati dall'infezione, come indicato in un comunicato stampa. Alcuni sono morti poco dopo il ricovero in ospedale, altri hanno perso la vita dopo mesi di ricovero.

Per cercare tracce del coronavirus SARS-CoV-2 nei neuroni, gli scienziati hanno utilizzato praticamente tutte le analisi di laboratorio più sensibili: ibridazione in situ dell'RNA capace di rilevare l'RNA virale all'interno delle cellule; anticorpi che andavano a “caccia” delle proteine virali (come la proteina S o Spike, il “grimaldello biologico” usato dal virus per infettare le cellule); e anche la reazione a catena della polimerasi a trascrizione inversa (RT-PCR), alla base dei tamponi molecolari per diagnosticare la COVID-19. Nonostante gli scienziati abbiano analizzato più cervelli di tutti gli altri studi analoghi, abbiano scandagliato varie regioni cerebrali e abbiano usato più tecniche di laboratorio, non sono riusciti a identificare il coronavirus nelle cellule. Sono stati rilevate solo bassissime concentrazioni di RNA virale attraverso la RT-PCR, ma ciò, spiegano nel comunicato stampa, “era probabilmente dovuto al virus nei vasi sanguigni o alle leptomeningi che ricoprivano il cervello”.

“Sebbene ci siano alcuni documenti che affermano di aver trovato il virus nei neuroni o nella glia, pensiamo che questi siano il risultato di una contaminazione e qualsiasi virus nel cervello sia contenuto nei vasi sanguigni del cervello”, ha specificato il professor Goldman. “Se c'è qualche virus presente nel tessuto cerebrale, deve essere in quantità molto piccole e non è correlato con la distribuzione o l'abbondanza dei risultati neuropatologici”, gli ha fatto eco il professor Peter D. Canoll, docente di patologia e biologia cellulare e coautore dello studio. Gli scienziati non hanno rilevato cellule infettate dal coronavirus nemmeno nel bulbo olfattivo, considerato il trampolino di lancio dal nervo olfattivo verso l'encefalo. “Anche lì, non abbiamo trovato alcuna proteina virale o RNA”, ha affermato Goldman, aggiungendo che sono stati trovati RNA e proteine virali nella mucosa nasale dei pazienti.

Nonostante l'assenza del virus nell'encefalo, i ricercatori hanno osservato vasti danni al tessuto cerebrale indotti dalla COVID-19, come aree danneggiate a causa dell'assenza di ossigeno (ipossia) e segni di ictus anche in piccole regioni, verosimilmente causate da coaguli di sangue. Gli scienziati hanno inoltre osservato l'attivazione di cellule della microglia che hanno la capacità di distruggere i neuroni; secondo gli autori dello studio a innescarle può essere la “tempesta di citochine”, una reazione immunitaria esagerata che può scatenare la COVID-19. Questo meccanismo potrebbe essere alla base anche di potenziali disturbi cognitivi. I dettagli della ricerca “COVID-19 neuropathology at Columbia University Irving Medical Center/New York Presbyterian Hospital” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Brain.