Una madre sente una voce che le consiglia di uccidere i suoi figli e di suicidarsi; un uomo prova a strangolare il cugino poiché convinto che stesse pianificando di ucciderlo; un altro crede di essere il diavolo in persona; un'altra signora vede scimmie e leoni in casa propria e crede che il marito sia stato sostituito da un impostore, mentre una giovane si spoglia davanti agli sconosciuti e usa il disinfettante per le mani per “condire” i propri pasti. Sono solo alcuni dei casi più drammatici di psicosi verificatisi in pazienti contagiati dal coronavirus SARS-CoV-2, mesi dopo aver contratto l'infezione, spesso senza significative complicazioni respiratorie o di altro tipo. In moltissimi casi, le persone colpite da simili eventi non avevano mai avuto prima problemi di salute mentale, sperimentando per la prima volta eventi psicotici devastanti per sé stessi e le proprie famiglie.

Tra i medici che stanno supportando i pazienti colpiti da questi gravi disturbi vi è il dottor Hisam Goueli, psichiatra del South Oaks Hospital di Amityville, Stato di New York, che in una intervista al New York Times ha raccontato la propria esperienza in prima linea (col consenso degli assistiti). Da tempo è noto che il coronavirus possa innescare gravi problemi di natura neurologica e psichiatrica, ma quando all'ospedale psichiatrico di Long Island si sono presentati i primi casi, i medici non erano certi che vi fosse una correlazione diretta col patogeno emerso in Cina. Il primo in assoluto è stato proprio quello della donna che ha iniziato a sentire le voci, una fisioterapista quarantaduenne e madre di quattro bambini piccoli. L'unico precedente nella sua storia medica era un'infezione da coronavirus SARS-CoV-2 sintomatica (ma non severa) sviluppata la scorsa primavera; né lei né altri membri della sua famiglia avevano mai sperimentato problemi di natura psichiatrica. A un certo punto, settimane dopo la guarigione, ha iniziato a sentire una voce nella testa, ad avere allucinazioni dei figli assassinati, investiti da un camion o decapitati, e che fosse lei stessa a organizzare gli omicidi. Un'esperienza agghiacciante che l'ha condotta dal dottor Goueli. Quando la paziente arrivò all'ospedale psichiatrico, i medici non sapevano se l'evento fosse legato all'infezione da coronavirus, “ma poi abbiamo visto un secondo caso, un terzo e un quarto caso – ha spiegato Gueli al NYT – e così ci siamo detti, ‘sta succedendo qualcosa'”.

Nello studio “Neurological and neuropsychiatric complications of COVID-19 in 153 patients: a UK-wide surveillance study” guidato da scienziati dell'Università di Southampton e pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet Psychiatry sono stati identificati dieci casi di “psicosi di nuova insorgenza”, tra gli oltre 150 pazienti contagiati dal coronavirus e inclusi nell'indagine. Anche lo studio “Psychotic symptoms in COVID-19 patients. A retrospective descriptive study” coordinato da scienziati dell'Ospedale Universitario di Madrid ha rilevato altri dieci pazienti con psicosi innescate dal coronavirus. Segnalazioni di questi eventi giungono da ogni parte del mondo sin dall'inizio della pandemia, e i medici stanno cercando di capire come possa un virus respiratorio determinare condizioni neurologiche e mentali così gravi e debilitanti.

Sebbene sia stato dimostrato che il coronavirus possa accedere al cervello attraverso la mucosa nasale e il nervo olfattivo, secondo gli esperti gli eventi psicotici potrebbero essere legati alla risposta immunitaria scatenata dall'invasione del patogeno, all'infiammazione o a problemi vascolari dovuti all'infezione. “Alcune delle neurotossine che sono reazioni all'attivazione immunitaria possono arrivare al cervello, attraverso la barriera emato-encefalica, e possono indurre questo danno”, ha dichiarato al New York Times la dottoressa Vilma Gabbay, che dirige lo Psychiatry Research Institute presso l'istituto Montefiore Einstein del Bronx. Nei campioni di liquido spinale e dalle scansioni cerebrali di due pazienti seguiti dalla dottoressa Gabbay che hanno sperimentato psicosi, non è stata trovata traccia di infezione nel tessuto nervoso. Secondo i dottori Robert Yolken ed Emily Severance dell'Università Johns Hopkins una risposta immunitaria persistente, che non si “spegne” anche dopo aver superato l'infezione, potrebbe essere alla base della cosiddetta “nebbia cerebrale” che sperimentano alcuni pazienti COVID. Gli eventi psicotici potrebbero essere innescati dallo stesso meccanismo biologico, benché venga interessata una regione differente del cervello; questo potrebbe spiegare perché alcuni hanno sintomi neurologici, altri psichiatrici e altri ancora una combinazione di entrambi, sottolinea

Uno dei dettagli che ha fatto collegare gli eventi psicotici alla COVID-19 è l'età dei pazienti, tipicamente tra i 30 e i 40 anni. “È molto raro che si sviluppi questo tipo di psicosi in questa fascia di età – ha dichiarato al NYT il dottor Goueli – poiché questi sintomi di manifestano più tipicamente nella schizofrenia giovanile o nei casi di demenza dei pazienti più anziani”. Inoltre, ha aggiunto la specialista, le persone che sviluppano queste psicosi da COVID si rendono conto che c'è qualcosa che non va, mentre i pazienti tipici con psicosi “non hanno la consapevolezza di aver perso il contatto con la realtà”. Lo psichiatra ha affermato che per trattare questi pazienti sono stati testati fino a otto farmaci diversi a seconda della gravità dei casi, tra antidepressivi, litio e antipsicotici, e tra quelli che hanno dato gli effetti sperati vi è il risperidone, risultato efficace anche sulla donna che sentiva di dover uccidere i propri figli. Nonostante i risultati promettenti delle terapie, i ricercatori ritengono ci sia ancora molto da capire sull'impatto della COVID-19 sulla salute mentale; ad esempio, non si sa se gli eventi psicotici spariranno del tutto, o se chi li sperimenta sia predisposto a sviluppare anche altri problemi psichiatrici.