Non solo polmoni, ma anche cuore e cervello. Già durante il periodo pandemico di febbraio-aprile, diversi studi hanno suggerito che l’infezione da Sars-Cov-2 potesse danneggiare, in modo diretto o indiretto, molti altri organi. Adesso sta però emergendo che l’elenco dei danni a lungo termine provocati da Covid-19 è più lungo e più vario di quanto la maggior parte dei medici immaginasse.

I sintomi più comuni includono affaticamento, battito cardiaco accelerato, mancanza di respiro, dolori articolari, mente annebbiata, perdita persistente dell’olfatto, oltre a danni ai polmoni, al cuore, ai reni e al cervello. Tuttavia, si legge in un report di Science, la probabilità che un paziente sviluppi danni permanenti resta difficile da individuare poiché i diversi studi mostrano divergenze nei risultati e seguono i sopravvissuti per periodi di tempo differenti. Una ricerca condotta in Italia ha indicato che l’87% dei pazienti con Covid-19 ha riportato almeno un sintomo dopo la guarigione. L’analisi dei dati del Covid Symptom Study, che utilizza un’app lanciata nel Regno Unito ed estesa a Stati Uniti e Svezia, ha invece dimostrato che dal 10 al 15% dei sopravvissuti non riuscirà a riprendersi rapidamente.

Il coronavirus non colpisce solo i polmoni

Nessuno sa fino a che punto la problematica, conosciuta da chi affronta il nemico in corsia, andrà ad incidere sull’insorgenza di malattie croniche. I ricercatori ritengono che alcune caratteristiche del virus, compresa la sua propensione a causare infiammazione diffusa e coaguli di sangue, possano incidere sul quadro clinico dei pazienti. “Stiamo osservando lo sviluppo di una serie davvero complessa di sintomi – ha affermato la dott.ssa Rachael Evans, pneumologo dell'Università di Leicester, nel Regno Unito, che insieme ai colleghi ha avviato uno studio che seguirà 10mila sopravvissuti prima per un anno e poi fino a 25 anni. Attraverso lo studio, i ricercatori sperano di capire non solo le conseguenze a lungo termine della malattia ma anche di prevedere quali sono i soggetti a più alto rischio di sviluppare sintomi persistenti.

Nel frattempo, sulla base dell’esperienza con altri virus, i medici possono “estrapolare e anticipare” i potenziali effetti a lungo termine di Covid-19, ha affermato Jeffrey Goldberger, professore di cardiologia dell’Università di Miami. “Come Sars-CoV-2, anche altri virus, come ad esempio il virus di Epstein-Barr, possono danneggiare il tessuto cardiaco – dice Goldberger – . In questi casi, non sempre l’organo guarisce completamente. A volte le cicatrici sono lievi, ma altre volte possono essere anche gravi e portare a insufficienza cardiaca”. Michael Marks, uno specialista in malattie infettive della Scuola di Igiene e Medicina tropicale di Londra che sta collaborando allo studio sui sopravvissuti nel Regno Unito, ha dichiarato di non essere troppo sorpreso dagli effetti collaterali emergenti. “Quella che stiamo vivendo  – ha affermato – è un’epidemia di una malattia grave. Quindi c’è un’epidemia di malattia cronica che la segue”.

Dal danno cardiaco alla "nebbia mentale"

Allo stesso tempo, la varietà di complicazioni associate al Covid-19 è impressionante. Athena Akrami, ricercatrice del laboratorio di neuroscienze della University College di Londra risultata positiva al virus lo scorso 17 marzo, ha collaborato con il Body Politic, un gruppo di sopravvissuti a Covid-19 che ha esaminato più di 600 persone con sintomi da coronavirus per oltre due settimane. All’interno della comunità sono stati registrati 62 sintomi diversi e si sta ora sviluppando una seconda indagine per verificare i disturbi a lungo termine.

Tra i bersagli del virus, il cervello è l’organo che desta più preoccupazione. “Complicanze gravi sembrano relativamente rare ma non sono limitate a coloro che hanno sviluppato una malattia grave” spiegano i ricercatori.  Secondo uno studio pubblicato a inizio luglio sulla rivista di neurologia Brain, l’infezione da Sars-Cov-2 può essere associata a un ampio spettro di complicanze neurologiche che, per alcuni pazienti, sono stati il sintomo più disabilitante e il motivo del ricovero in ospedale. In particolare, è stata rilevata un’alta incidenza di encefalite e infiammazioni cerebrali. Separatamente, i medici stanno iniziato anche a osservare una classe di pazienti che, come anche Akrami, ha difficoltà “a pensare chiaramente”, un altro sintomo emerso dai primi report sul virus. Alcuni neurologi e pazienti descrivono il fenomeno come “brain fog”, riferendosi alla sensazione di nebbia mentale che impedisce di essere lucidi e pronti.

Il sintomo più persistente e comune sembra però essere il senso di affaticamento. Su questo i ricercatori mettono però in guardia dal definire il disturbo come sindrome da stanchezza cronica. “Si tratta di una diagnosi specifica – ha aggiunto Marks – . Potrebbero esserci delle fibrosi nei polmoni che fanno sentire il paziente affaticato oppure una compromissione della funzionalità cardiaca. Cercare la reale causa è fondamentale per la comprensione dei sintomi e la loro gestione”.