giornata mondiale della biodiversità

Più che una festività, ormai, è diventata l'occasione per ricordare quanto la vita sul nostro Pianeta sia sottoposta a crescenti pressioni che ne stanno alterando gli equilibri: da quando la Giornata Internazionale per la Biodiversità è stata istituita nel 2000 dall'Assemblea Generale dell'ONU, nonostante gli sforzi di una parte delle istituzioni e di alcuni Governi, e nonostante una crescente sensibilità generale verso le tematiche relative all'ambiente e ai rischi legati al sovrasfruttamento delle risorse terrestri, la tutela e la conservazione dei territori e delle specie resta ancora più un'aspirazione che un impegno concreto e reale.

C'è poco da festeggiare, c'è molto su cui riflettere – Lo dicono i numeri dell'edizione 2012 del Living Planet Report, l'indagine biennale condotta dal WWF con l'obiettivo di osservare e verificare lo stato di salute del Pianeta e delle creature che lo abitano: un rapporto che mette in evidenza come dal 1970 al 2008  la biodiversità si sia ridotta complessivamente del 30%, con punte ancora più allarmanti che sfiorano il 60% nelle aree più danneggiate, come ad esempio lungo le fasce tropicali. Un fenomeno che ha come diretta conseguenza un impoverimento generale delle risorse e che, sempre più, contribuisce ad incrementare l'atteggiamento totalmente predatorio nei confronti dell'ambiente naturale: ecco perché, secondo i calcoli del WWF, per mantenere lo standard attuale gli esseri umani avrebbero bisogno di, almeno, un'altra metà di Pianeta da sfruttare. Dati che dovrebbero far riflettere coloro i quali si riuniranno nel summit di Rio + 20, la conferenza delle Nazioni Unite sulla sostenibilità prevista per giugno 2012, a vent'anni di distanza dal primo vertice sull'ambiente e sulle possibilità dello sviluppo tenutosi in Brasile (UNCED): quali erano gli auspici in quel lontano 1992? Quali programmi sono stati rispettati, quanti procrastinati, quali strade sono state seguite e, soprattutto, in che misura la nostra Terra ha continuato a soffrire nonostante gli ottimi obiettivi che, allora, ci si era prefissati?

Dove nasce la vita: la Giornata dedicata alla biodiversità marina – Il tema per il 2011 della Giornata per la biodiversità era quello delle foreste: quest'anno protagonisti saranno gli ecosistemi marini, preziosissimi tesori nei quali vivono circa 250 000 specie conosciute e documentate (il totale esclude non solo, quindi, tutte le creature non ancora osservate e "scoperte", ma anche le forme di vita microbiche) e, per questo, bisognosi di tutela e protezione incondizionate. Sono già diversi anni che gli occhi sono puntati su quella che rischia di diventare, ammesso che non lo sia già, una vera e propria emergenza: il sovrasfruttamento degli stock ittici che sta impoverendo il nostro mare, già provato dall'inquinamento a cui si affiancano, in alcuni specifici contesti, disastri petroliferi che hanno danneggiato gli equilibri di interi ecosistemi (il caso più tristemente noto per la sua portata devastante è certamente quello della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon). Il prelievo dai mari ha già raggiunto la soglia di rischio, alterando i rapporti tra le specie e causando problemi nei cicli riproduttivi: il grafico del WWF sottostante illustra l'espansione geografica delle superfici marine ed oceaniche provate dall'incremento della pesca.

sovrasfruttamento stock ittici

Biodiversità marina, in Italia e nel Mar Mediterraneo – Nasce anche da questa consapevolezza la necessità di dedicare la Giornata per la Biodiversità ad ecosistemi marini sempre più fragili e troppo spesso in balia di incuria, sfruttamento non regolamentato, abbandono. Un problema che, del resto, coinvolge direttamente anche l'Italia con i suoi 8 000 chilometri di litorali dei quali meno del 30% sono rimasti allo stato naturale: il Mar Mediterraneo non fa eccezione e versa anch'esso in una grave condizione di stress. A tal proposito, uno studio pubblicato pochi giorni fa dalla rivista Nature curato dai ricercatori dell'Istituto Mediterraneo di Studi Avanzati delle Isole Baleari, ha lanciato un allarme gravissimo: esaminando i dati degli ultimi anni sull'incremento di mortalità della posidonia sui fondali marini in relazione all'innalzamento delle temperature, si è cercato di delineare possibili scenari per il futuro delle praterie sottomarine, indispensabili sia per svolgere una potente azione anti-erosione sia per offrire protezione a vegetali ed animali che, all'interno della posidonia, trovano il proprio nutrimento. Secondo i modelli utilizzati dagli autori del lavoro, in un futuro ipotetico in cui si riuscisse ad azzerare il contributo umano alla sparizione attualmente in atto, soltanto a causa del riscaldamento delle acque, perderemmo il 10% delle posidonie entro il 2053; il peggiore dei casi elaborati, purtroppo, prevede la scomparsa del 90% delle praterie del Mediterraneo entro il 2049  nel caso in cui la pressione antropica restasse ai livelli attuali: detto in altri termini significa che una brusca virata è indispensabile, se vogliamo salvaguardare il nostro patrimonio di biodiversità, anche quello più vicino a noi che, un giorno, potremmo rischiare di non vedere mai più, cancellandolo dalla Terra prima e dalla nostra memoria poi.