un mondo non basta ne serve un altra meta

Sovrasfruttamento è la parola chiave degli ultimi decenni: una tendenza che caratterizza la gestione delle risorse della Terra in ogni suo angolo, dalle foreste all'acqua, dal suolo ai giacimenti, e che rosicchia con pericolosa continuità l'autonomia del Pianeta, ponendo una pesante ipoteca sul nostro futuro. L'ultimo scenario ritratto dal WWF con l'edizione 2012 del Living Planet Report, indagine sullo stato di salute globale in vista del vertice mondiale sulla sostenibilità che si terrà a Rio de Janeiro a giugno, conferma quelli che sono i dati raccolti da istituti di ricerca, associazioni, enti ed atenei negli ultimi tempi: l'impronta ecologica umana cresce, la Terra diminuisce.

Biocapacità e biodiversità – Diminuisce in primo luogo la biodiversità, ridotta del 30% dal 1970 al 2008, con punte del 60% in aree che hanno subito danni particolarmente estesi quali i Tropici ma, soprattutto, si riduce la possibilità della Terra di recuperare per rispondere al nostro eccesso di consumi: nel 2008, stando a quanto evidenziato dal rapporto, i complessivi 18.2 miliardi di ettari globali (Gha) sui quali è stata registrata la traccia antropica sono stati compensati da soli 12 miliardi di Gha corrispondenti al totale della bio-capacità che tutti i sistemi naturali hanno di produrre risorse disponibili e riutilizzabili dagli esseri umani. In termini più semplici, significa che la Terra impiega un anno e mezzo a rigenerare quello che è sfruttato in un solo anno: e così, l'Earth Overshoot Day arriva sempre prima e il deficit ambientale aumenta. Siamo in debito ma non conosciamo altra fonte che la Terra stessa, per restituirle quello che è suo di diritto e che ci serve per continuare a vivere.

«Il sorpasso dei limiti ecologici» – Attraverso il monitoraggio e l'osservazione di 9 014 popolazioni di 2 688 specie di vertebrati, appartenenti a biomi diversi e diverse regioni, rilevando variazioni nel numero di esemplari sulle aree di riferimento, è stato possibile ricavare un «indice del pianeta vivente» assolutamente efficiente per verificare le condizioni di salute degli ecosistemi: con una diagnosi che, per il momento, lascia poco spazio alle speranze. Il capitale che il Pianeta ci ha dato viene dilapidato ad una rapidità allarmante e per rimettere il bilancio in pareggio avremmo bisogno di, almeno, un'altra mezza Terra: questo stando alle medie mondiali perché, se la stima venisse fatta solo sui consumi dell'Italia, e sulle condizioni del suo ambiente, a quel punto di Pianeti ne servirebbero due e mezzo. Ma non è il nostro Paese a portare la maglia nera dell'impatto umano: ai primi posti, infatti, si trovano Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi, seguiti da Danimarca e Stati Uniti; l'Italia è in trentaduesima posizione.

Pascoli, terre coltivate, emissioni di CO2, zone di pesca, deforestazione e cementificazione – Sono le sei componenti che disegnano i profili sempre più mutevoli di una Terra che fatica a stare dietro alla pressante domanda del genere umano. L'attività di pesca, ad esempio, è aumentata di circa cinque volte tra il 1950 al 2005, mentre degrado forestale e disboscamento sono responsabili del 20% delle emissioni di anidride carbonica e sono meno di un terzo i fiumi con lunghezza superiore ai mille chilometri che scorrono liberamente sul proprio letto, senza incappare in dighe; si aggiungono a questo emergenze idriche periodiche che riguardano oltre due miliardi di persone in tutto il mondo, per una fotografia di un Pianeta sempre più stanco e sempre più messo nell'impossibilità di reagire e continuare a dare ciò che è stato sottratto.

Salvare il Pianeta e salvare noi stessi – Con il crescente aumento della popolazione, che inevitabilmente potrebbe significare incremento dei consumi e ulteriore scarsezza delle risorse, lo scenario delineato dal rapporto sembra incutere un notevole timore: unito a ciò, a creare un clima di insicurezza, pesano non poco sul piatto della bilancia le incertezze di esperti e studiosi in merito alle politiche demografiche dell'immediato futuro dell'umanità e le disparità, anzi i divari, tra il consumo di risorse che esiste tra una parte del mondo e l'altra. Le linee guida lungo le quali l'umanità si sta muovendo sono evidentemente destinate a finire contro un punto di arresto, ma c'è di buono che le vie alternative ci sono già state indicate: attraverso una gestione più equa, una riduzione dei consumi, l'introduzione di misure volte a tutelare e proteggere il patrimonio ambientale e la biodiversità, e contando sull'ottimizzazione della produzione con i notevoli vantaggi economici che questo comporta, qualcosa per la Terra è ancora possibile farlo. Del resto, è il minimo che le dobbiamo.