In chiusura di anno i bilanci sono quasi una tappa obbligata: facciamo quindi una breve ricapitolazione di quegli eventi che hanno lasciato un’impronta profonda nel mondo scientifico e dei quali, con buona probabilità, ci ricorderemo ben oltre il 2013.

Piogge di fuoco

Un primo posto meritato per un fenomeno i cui echi sono arrivati in tutto il mondo: era la mattina del 15 febbraio quando nell’oblast’ di Chelyabinsk iniziarono a piovere frammenti infuocati che si abbatterono sulla popolazione della regione siberiana, causando oltre un migliaio di feriti e danni alle strutture. Passati lo stupore e la paura iniziali, gli scienziati hanno immediatamente individuato nel meteorite esploso sui cieli russi una grande opportunità per riconsiderare i modelli teorici sulle probabilità di impatto di oggetti celesti sulla Terra, oltre ad un evento storico che aveva soltanto un unico precedente di pari intensità, Tunguska. Inoltre, soltanto un paio di mesi fa, quello che sembrerebbe essere il più grosso pezzo del meteorite di Chelyabinsk è stato ripescato dal fondo di un lago russo, dando così l’opportunità ai ricercatori di analizzarne le caratteristiche.

Il clima sta cambiando

Sono già diversi decenni che si parla di riscaldamento globale; il trascorrere del tempo, e il sensibile incremento di eventi meteorologici estremi, danno sempre più ragione ai “profeti” del cambiamento climatico. Il quinto rapporto stilato dall'IPCC, il panel intergovernativo sul clima istituito dall'ONU, ha lanciato in autunno l’ennesimo allarme delineando uno scenario drammatico in cui le temperature andranno incontro nei prossimi decenni ad un innalzamento pari a 4 gradi centigradi. Poche settimane dopo il tifone Haiyan abbattutosi sulle Filippine, causa di circa 8.000 morti, è stata la tragica occasione per riconsiderare il mutamento globale alla luce delle sue gravissime conseguenze.

Dopo 36 anni Voyager 1 è oltre il Sistema Solare
in foto: Dopo 36 anni Voyager 1 è oltre il Sistema Solare

Oltre l’infinito

Pietra miliare non soltanto per l’anno 2013 ma per l’intera storia dell’umanità: intorno alla fine di agosto 2012 la sonda Voyager 1 ha varcato l’ultimo confine del Sistema Solare, avviandosi verso le infinità degli abissi cosmici dove mai prima d’ora era arrivato qualcosa di umano. Lo studio che ha confermato l'evento è stato reso noto soltanto a settembre di quest'anno. Dopo trentasei anni di viaggio, il veicolo spaziale ha portato a compimento una delle più ambiziose missioni per cui era stato progettato, recando con sé un messaggio inciso su un disco d’oro: non si sa mai che qualcuno lo dovesse trovare, lì nell'immensità.

Siamo tutti figli dello stesso Homo?

La storia che potrebbe rivoluzionare tutte le conoscenze relative all'origine della nostra specie nasce, come in molti casi del genere, da un piccolissimo frammento: un cranio venuto alla luce negli anni ‘90 nell'area di Dmanisi, in Georgia, appartenuto ad un individuo vissuto all'incirca 1,8 milioni di anni fa e rinvenuto in un sito assieme ai resti di altri quattro uomini coevi. Le differenze tra un cranio e l’altro avrebbero potuto portare facilmente i ricercatori a classificare gli individui come appartenenti a specie differenti ma l’evidenza non lascia alcun dubbio in merito al fatto che i cinque facessero parte alla medesima popolazione. Questo ha fatto sorgere nella mente degli studiosi un interrogativo non da poco: e se le divergenze morfologiche riscontrate in resti provenienti da epoche e luoghi differenti fossero da attribuire non a diverse specie ma ad una semplice variabilità somatica tra individui della medesima specie? Per una risposta tanto importante saranno ancora necessari molti studi e, probabilmente, altri ritrovamenti.

C’è un lago su Marte (o meglio c'è stato)

Di tutti i dati raccolti dal rover Curiosity nei suoi oltre 12 mesi di esplorazione del Pianeta Rosso, la scoperta di quello che fu un bacino idrico circa 3 miliardi e mezzo di anni fa è stata forse la più sensazionale: certamente non si tratta di una prova indiretta della vita passata su Marte ma costituisce un indizio significativo e la conferma dell’esistenza dei fondamentali elementi indispensabili per il sostentamento di alcune forme di vita semplici, come alcuni batteri che esistono sulla Terra.

Un Pianeta gemello?

Non è la prima volta che le osservazioni spaziali consentono agli astronomi di imbattersi in un Pianeta simile per diversi aspetti al nostro: ma Kepler 78b per massa e densità sembrerebbe avere proprio tutte le carte in regola per ambire ad essere definito proprio il gemello della Terra. Certo, qualche differenza non trascurabile va comunque evidenziata: una tra tutte è la durata dell’anno solare che su Kepler 78b è di appena otto ore!

Archicebus Achilles
in foto: Archicebus Achilles

Il nostro progenitore

Tra specie vecchie e nuove, la natura ha sempre dei segreti inaspettati da svelare: così, mentre spesso veniamo a conoscenza di nuovi animali dei quali ignoravamo l’esistenza pur condividendo con essi lo spazio e il tempo, non di rado accade anche di imbattersi in specie ormai estinte da migliaia di anni che, però, in alcuni casi hanno molto da dirci sul nostro passato. Come nel caso dell’Archicebus Achilles i cui resti, risalenti a 55 milioni di anni fa, sono stati rinvenuti in Cina: certo, con i suoi 71 millimetri di lunghezza esclusa la coda, è a dir poco difficile guardare a questo piccolo mammifero come ad un lontano antenato. Ma tant'è, dato che gli scienziati dell’Accademia delle Scienze di Pechino, dell’American Museum of Natural History di New York e del Carnegie Museum of Natural History di Pittsburgh, i quali hanno lavorato sul fossile, sostengono che potrebbe trattarsi del "progenitore" di tutti i primati.

Il più antico DNA

Oltre a parlarci dell'intricata matassa di rapporti, per il momento ancora non dipanata, tra Homo Sapiens e Neanderthalensis, aggiungendo anche il più recente tassello del "misterioso" uomo di Denisova, alcuni resti rinvenuti nella Spagna Settentrionale hanno consentito agli studiosi di vincere con successo un'altra grande sfida: è stato infatti possibile sequenziare il genoma dell'uomo a cui appartenne lo scheletro venuto alla luce nella caverna di Sima de los Huesos, sulle montagne di Atapuerca, consentendo  così per la prima volta di risalire indietro nel tempo di ben 400.000 anni. Fino ad oggi, infatti, il record di antichità nell'analizzare il DNA non andava oltre i 100.000/150.000 anni: ecco perché questo lavoro apre le porte a nuove potenziali scoperte che potrebbero anche eventualmente rivoluzionare le conoscenze relative all'origine della nostra specie.

Anche la Cina vuole "il suo posto al Sole" (o sulla Luna)

A circa quarant'anni di distanza dall'ultima volta in cui qualcosa di umano ha toccato il suolo lunare, una sonda targata Cina è partita alla volta del nostro argenteo Satellite con l'obiettivo di portare avanti studi e ricerche ma anche di "recuperare" quel ritardo rispetto alle politiche spaziali che caratterizza un Paese che solo da pochi anni ha iniziato a dettare legge sui mercati internazionali. Si vocifera che la missione non sia particolarmente gradita agli Stati Uniti che, abbandonato ormai da decenni lo spoglio panorama di Selene in favore del più ambizioso progetto Marte, potrebbero ritrovarsi costretti a replicare tra non molto tempo: pare infatti che la Cina punti a costruire proprio una base sul posto tra il 2020 e il 2030.

Le cellule immortali di HeLa al microscopio
in foto: Le cellule immortali di HeLa al microscopio

L'accordo sulle cellule immortali

Henrietta Lacks era una donna afroamericana di 31 anni madre di quattro figli che nel 1951 venne colpita dal cancro della cervice uterina. In quell'occasione i medici del Johns Hopkins Hospital di Baltimora, dove la donna si era recata per gli accertamenti, prelevarono le cellule tumorali a causa di una loro sorprendente caratteristica: negli anni quelle cellule diventarono le più studiate, e lo sono ancora oggi, in ragione della loro straordinaria capacità di riprodursi in provetta rapidamente, con una nuova generazione ogni 24 ore. La linea cellulare prese il nome di HeLa ma, purtroppo, nessuno aveva chiesto alla sventurata donna il consenso per effettuare il prelievo: gli eredi stessi sono rimasti per oltre vent'anni all'oscuro del valore scientifico e dell'affare milionario che ruotava attorno ad HeLa. In seguito alla scoperta, è sorta una controversia durata anni e conclusasi soltanto quest'estate grazie al raggiungimento di un accordo: dopo la pubblicazione del genoma di HeLa in una banca dati, infatti, ai due discendenti della Lacks è stato concesso di far parte del comitato, composto da sei membri, incaricato di esaminare le richieste da parte dei ricercatori per utilizzare il DNA delle cellule derivate dalla loro, suo malgrado, illustre antenata. Per tutelare meglio la privacy, e in generale richiamando alla necessità di norme etiche, in quel delicato terreno che, con tutta probabilità, costituirà uno dei fondamenti della medicina del futuro.