Il 27 settembre a Stoccolma sarà presentato il nuovo, attesissimo rapporto dell’IPCC, il panel intergovernativo sul cambiamento climatico istituto dalle Nazioni Uniti che riunisce centinaia di scienziati in tutto il mondo per prevedere gli scenari climatici dei prossimi decenni. L’ultimo rapporto, nel 2007, lanciava un grido di allarme sul futuro del pianeta la cui importanza fu sottolineata dall’assegnazione al panel del Premio Nobel per la Pace, ex aequo con l’ex vicepresidente americano Al Gore, autore del celebre documentario Una scomoda verità nel quale presentava al grande pubblico le prove di come il riscaldamento globale fosse opera dell’uomo. Il grido d’allarme del nuovo rapporto sembra essere molto più forte del precedente, stando alle indiscrezioni che stanno filtrando dal summit a porte chiuse in corso a Stoccolma con i rappresentanti di tutti i governi della Terra. Restano dieci anni per invertire la tendenza. Se non ci riusciamo, entro la fine del secolo la temperatura media mondiale salirà di 3,7°, e il livello dei mari salirà di 60 centimetri. Un rischio catastrofico per la civiltà umana.

Come all'epoca dei dinosauri

Riunione dell’IPCC a Stoccolma in corso in questi giorni. A sinistra, Lena Ek, ministro dell’ambiente svedese; al centro il professor Thomas Stocker, climatologo dell’IPCC; a destra il professor Dahe Quin.
in foto: Riunione dell’IPCC a Stoccolma in corso in questi giorni. A sinistra, Lena Ek, ministro dell’ambiente svedese; al centro il professor Thomas Stocker, climatologo dell’IPCC; a destra il professor Dahe Quin.

Ma un rischio che dipende dalle nostre politiche energetiche e industriali scellerate e dall’inazione dei governi. Rispetto al precedente rapporto, aumentano secondo gli scienziati le probabilità che il riscaldamento globale degli ultimi sessant’anni sia dovuto all’influenza umana. Secondo quanto riporta la BBC, tale probabilità è pari al 95%. Una sicurezza, insomma, più che una probabilità. Sarà soprattutto questo dato a far discutere i delegati a Stoccolma, soprattutto dopo il Climategate esploso nel 2009, quando vennero a galla mail degli scienziati dell’IPCC in cui si raccontava di alterazione dei dati per rendere più esplicito il rischio del cambiamento globale di origine antropica. Un caso che fece scalpore e che, soprattutto negli Stati Uniti – dove i repubblicani hanno colto la palla al balzo per criticare le politiche ambientali di Obama – ha portato a una perdita di credibilità del panel.

Su quali scenari dovremo affrontare, c’è poca incertezza. A pesare è infatti un precedente storico, anzi preistorico, risalente a milioni di anni fa, prima dell’avvento dell’uomo, quando in atmosfera la concentrazione di anidride carbonica superava le 400 parti per milione (per cause naturali) e la temperatura media era di 4° superiore a quella attuale. Oggi abbiamo sfondato quel tetto e stiamo marciano verso le 500 parti per milione. È difficile credere che un’umanità che raggiungerà i 9 miliardi di individui alla fine del secolo possa sopravvivere a tali condizioni, considerando che per tutta l’era umana la concentrazione di CO2 non ha mai superato le 280 ppm. Un po’ come con lo spread tra i titoli del tesoro tedeschi e italiani, che oltre un certo limite diventa insostenibile per il nostro bilancio, tra dieci anni supereremo il limite sostenibile di concentrazioni di anidride carbonica. E allora nulla potrà impedire il worst scenario, lo scenario peggiore, quello in cui la concentrazione arriverà a oltre 900 ppm e il mondo tornerà al clima tropicale dell'epoca dei dinosauri.

La quiete prima della tempesta globale

Entro il 2030, secondo l’IPCC, le emissioni di gas serra prodotte dalla civiltà umana dovranno essere tagliate del 60% rispetto ai livelli attuali. Per riuscirci, sarà necessario accelerare la conversione energetica, riducendo sempre più il ricorso al carbone – il combustibile più inquinante in assoluto – ma anche al petrolio e al gas naturale. Energie rinnovabili e nucleari, quindi a emissioni zero, dovranno aumentare la loro quota all’interno del “portafogli” energetico dei principali paesi industrializzati del mondo (soprattutto USA e Cina). E contemporaneamente dovrà essere messo un freno alla deforestazione – anche se su questo versante la tendenza è incoraggiante – e potenziato l’efficientamento energetico degli edifici.

Il premio Nobel per la Pace e presidente dell’IPCC, l’indiano Raiendra Kumar Pachauri.
in foto: Il premio Nobel per la Pace e presidente dell’IPCC, l’indiano Raiendra Kumar Pachauri.

Secondo gli esperti dell’IPCC ci troviamo all’interno di una “pausa” dell’aumento globale delle temperature, iniziata nel 1998, quando si è raggiunto un picco delle temperature medie non più superato. Negli ultimi anni gli scettici del cambiamento climatico hanno citato questi dati per minimizzare gli scenari elaborati nell’ultimo report del 2007. È innegabile che da quindici anni a questa parte, l’aumento delle temperature medie è rallentato rispetto ai decenni precedenti. Gli scettici sostengono che le stime catastrofiche vadano dunque riviste al ribasso, magari grazie a meccanismi di feedback che la Terra sta mettendo in atto per ridurre l’effetto serra. Gli scienziati del panel intergovernativo ritengono che si tratti solo di una pausa, dovuta a effetti temporanei come il ruolo degli oceani nel raffreddamento dell’atmosfera. È un po’ come stare nell’occhio del ciclone: appena ne usciremo, la tempesta tornerà a colpirci più forte di prima. E con un aumento del livello dei mari di 60 centimetri nei prossimi ottant’anni, molte delle città costiere in tutto il pianeta finiranno sott’acqua. Il tempo, ormai, sta davvero per scadere.