La COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, tecnicamente è una zoonosi, cioè una malattia che può essere trasmessa dagli animali all'uomo. In questo caso si ritiene che il patogeno circolasse in origine nei pipistrelli, come per i coronavirus della SARS e della MERS, e che poi avrebbe fatto il salto di specie (spillover) alla nostra attraverso un ospite intermedio, probabilmente il pangolino. Nel caso della SARS l'ospite intermedio fu lo zibetto, mentre per la MERS il dromedario. Non c'è da stupirsi che i coronavirus e altri patogeni, dopo una lunga coevoluzione con gli animali, abbiano sviluppato la capacità di infettare più specie contemporaneamente; secondo una recente ricerca internazionale coordinata da scienziati dell’Università della California di Davis, ci sarebbero ben 410 vertebrati potenzialmente suscettibili al contagio da coronavirus SARS-CoV-2, sulla base dell'affinità tra la proteina S o Spike del patogeno e il recettore ACE-2 delle cellule. Ma quali sono le specie animali contagiate fino ad oggi?

Il primo animale considerato ufficialmente contagiato dal coronavirus SARS-CoV-2 è stato un cane, un volpino di pomerania di una donna di Hong Kong, a sua volta risultata positiva. I veterinari del Dipartimento per l'Agricoltura, la Pesca e la Conservazione (AFCD) che lo sottoposero a tampone faringeo a marzo 2020 specificarono che fu proprio la padrona a contagiarlo. Da allora sono stati registrati diversi altri casi di cani infettati dai membri delle famiglie in cui vivevano. Fortunatamente, nel miglior amico dell'uomo il coronavirus non si replica sufficientemente bene, pertanto “fido” sviluppa solo sintomi lievi. Poco dopo il caso del volpino, fu diagnosticato anche il primo tra i gatti, verificatosi in Belgio. A differenza dei cani, tuttavia, i felini sono molto più suscettibili al virus, e possono andare incontro anche alla forma grave dell'infezione. Secondo una recente indagine coordinata da scienziati dell'Università Huazhong di Agraria e dell'Istituto di Virologia di Wuhan i felini positivi al virus potrebbero essere molti più di quelli che si stimano.

Che i felini siano particolarmente esposti al contagio lo dimostrano anche i casi di quelli grandi infettati negli zoo di tutto il mondo. Ad aprile 2020 risultarono positivi tigri e leoni nello Zoo del Bronx di New York, anche in questo caso contagiati da un uomo, un custode positivo e asintomatico. L'uomo, pur accedendo ai recinti mantenendosi (naturalmente) a distanza e indossando tutti i dispositivi di sicurezza individuale come mascherine e guanti da lavoro, è comunque riuscito a trasmettere il patogeno a diversi felini. Fortunatamente sono tutti guariti senza sviluppare particolari complicazioni. Da allora sono stati identificati casi anche negli zoo di Knoxville e Barcellona, mentre i più recenti sono stati registrati in uno zoo svedese. Qui, purtroppo, una tigre femmina di 17 anni ha sviluppato inappetenza, gravi sintomi respiratori e neurologici, costringendo i veterinari a sopprimerla per porre fine alle sue sofferenza. A causa dell'età e delle complicazioni, secondo gli esperti non avrebbe superato la malattia.

Sulla base dello studio dell'Università della California, le specie animali più suscettibili al coronavirus SARS-CoV-2 sono i grandi primati non umani come gli scimpanzé, i gorilla e gli oranghi, per via dell'affinità genetica con la nostra specie. Basti pensare che i gorilla condividono con noi ben il 98 percento del patrimonio genetico. Non a caso, le prime grandi scimmie risultate infettate dal patogeno emerso in Cina sono stati proprio i gorilla, nello specifico alcuni esemplari del San Diego Zoo Safari Park. Gli animali si sono completamente ripresi e non hanno più “sonnolenza, né tosse né muco dal naso”, come sottolineato dalla direttrice del giardino zoologico. L'esemplare più anziano contagiato, Winston, aveva tuttavia sviluppato una polmonite ed è stato deciso di curarlo con degli anticorpi monoclonali. I primati saranno presto vaccinati con scorte non destinate all'uomo. Tra le altre scimmie contagiate dal coronavirus SARS-CoV-2 figurano anche i macachi, ma in questo caso non si è trattato di infezioni naturali, ma di esposizioni controllate avvenute in laboratorio. Studi condotti dall'Accademia Cinese delle Scienze Agricole hanno dimostrato che il coronavirus non si replica bene nei maiali, nelle anatre e nelle galline, oltre che nei cani, mentre si trasmette efficacemente nei gatti e nei furetti.

Proprio i mustelidi, famiglia di carnivori cui appartengono i furetti, sono gli animali che preoccupano di più per la diffusione del coronavirus. Lo dimostrano i casi dei visoni negli allevamenti danesi, dove non solo moltissimi animali sono morti come conseguenza della malattia, ma dove il virus, dopo essere passato dagli allevatori ai visoni è mutato ed è tornato all'uomo, sviluppando una certa resistenza agli anticorpi. Ciò ha spinto le autorità della Danimarca ad abbattere gli oltre 17 milioni di visoni ospitati in tutti gli allevamenti del Paese. Misure analoghe sono state prese anche nei Paesi Bassi, anche se con numeri sensibilmente inferiori. Alcuni visoni positivi al virus sono riusciti a scappare dalla fabbrica e almeno un selvatico è stato contagiato. Secondo gli esperti il rischio maggiore è che si inneschi una panzoozia, ovvero una diffusione incontrollata nel virus tra gli animali, che potrebbe così continuare a mutare, generare varianti e ripassare all'uomo. In base a quanto comunicato dal WWF, il 75 percento delle malattie umane note deriva da animali, mentre il 60 percento di quelle emergenti – come la COVID-19 – viene trasmesso da animali selvatici. Ma la proliferazione dei virus non è affatto responsabilità degli animali, ma dell'essere umano, che distrugge gli habitat naturali e massacra le specie selvatiche per carni, pelli e altri “ingredienti” da sfruttare nella medicina tradizionale asiatica. È proprio entrando in contatto con gli animali senza il dovuto rispetto che nascono le pandemie, come quella che ha messo in ginocchio il mondo intero.