Scienziati dell'Università di Fudan (Shanghai), dell'Istituto Marie Bashir per le malattie infettive e la biosicurezza dell'Università di Sydney (Australia) e dell'Istituto di Virologia di Wuhan (Cina) hanno determinato che il coronavirus SARS-CoV-2 in origine circolava nei pipistrelli, nello specifico in quelli appartenenti al genere Rhinolophus. In principio anche i coronavirus responsabili della SARS (Severe acute respiratory syndrome) e della MERS (Middle East Respiratory Syndrome) erano presenti nei mammiferi alati, prima di compiere il salto di specie a un altro animale (specie serbatoio) che successivamente ha permesso il passaggio all'uomo, un fenomeno che in virologia ed epidemiologia è noto come “spillover”. Nel caso della SARS la specie serbatoio è stata uno zibetto; per la MERS il dromedario, mentre per la COVID-19, l'infezione scatenata da SARS-CoV-2, questa specie intermedia non è stata ancora identificata. Si pensa che possa essere il pangolino, dato che nel coronavirus “umano” è stata trovata ampia corrispondenza di una componente genetica della “spike” in un coronavirus di questo mammifero. La spike (o spicola) è la proteina superficiale che il patogeno usa per legarsi al recettore della cellula, penetrare all'interno di essa e avviare il processo di replicazione.

Non si esclude che lo spillover possa essere avvenuto direttamente attraverso un pipistrello, senza una specie intermedia, come del resto avvenuto per l'Ebola in Africa. Ciò che è certo, è che la manipolazione della fauna selvatica è alla base della zoonosi – malattia infettiva trasmessa da un animale – che sta sconvolgendo il mondo intero. Nel momento in cui stiamo scrivendo la COVID-19 ha infettato oltre 246mila persone e ne ha uccise più di 10mila, 4.032 delle quali soltanto in Italia, il Paese col maggior numero di vittime. Come specificato in un dettagliato report pubblicato dal WWF, la deforestazione crea nuove condizioni adatte alla proliferazione dei virus, e il contatto con la fauna selvatica catturata per essere venduta in mercati come quello di Wuhan, dove si ritiene abbia fatto il salto di specie (tra il 20 e il 25 novembre 2019 secondo uno studio italiano) almeno uno dei due “tipi” del coronavirus circolante, offre loro maggiori probabilità di spillover.

Il mercato di Wuhan era di tipo ittico, ma al suo interno venivano ammassati e macellati anche animali selvatici, spesso per il commercio illegale di parti da utilizzare nella medicina tradizionale asiatica. Il pangolino (o formichiere squamoso) è stato portato sull'orlo dell'estinzione per il contrabbando delle sue squame; non si esclude che il coronavirus SARS-CoV-2 possa aver compiuto il salto di specie proprio mentre un esemplare veniva maneggiato da uno dei suoi aguzzini. Nei mercati di animali vivi la fauna selvatica viene tenuta in casse luride una sopra l'altra, e feci, sangue, pus e altri fluidi corporei passano da una specie all'altra permettendo il transito dei virus, che replicazione dopo replicazione, se per effetto evolutivo trovano l'adattamento per attaccare anche l'uomo ne approfittano. Quando poi l'infezione può essere trasmessa da uomo a uomo, possono nascere pandemie catastrofiche come quella che stiamo vivendo in questo periodo.

Ricordiamo che i coronavirus circolano liberamente nei pipistrelli per varie ragioni, ma restano confinati nei loro ospiti se habitat naturali e animali vengono lasciati in pace. Se li si cattura per mangiarli, per contrabbandarne le parti per la medicina tradizionale o se si distrugge il loro habitat avvicinando le persone ai virus, è naturale che aumenti il rischio di un pericoloso salto di specie. Come indicato dal WWF, il 75 percento delle malattie umane fino ad oggi conosciute deriva da animali, mentre il 60 percento di quelle emergenti (come la COVID-19) sono trasmesse da animali selvatici. L'impatto dell'uomo sull'ambiente naturale può moltiplicare i siti dove i virus si diffondono; l'eliminazione dei predatori può far proliferare le specie serbatoio dalle quali può verificarsi lo spillover; si inoltre possono indurre scambi di patogeni fra specie, contaminazioni con agenti infettivi e adattamenti genetici che favoriscono la proliferazione dei virus. Senza dimenticare l'impatto dei cambiamenti climatici, come sottolinea il WWF, dato che i virus trovano terreno fertile in ambienti caldi e umidi. Per tutte queste ragioni è doveroso tutelare gli ecosistemi e gli animali che li popolano, mantenendo gli equilibri naturali inalterati. Pena, l'emersione di malattie aggressive e letali come quella che ha costretto a modificare radicalmente le nostre vite.