Il 2018 verrà ricordato in Italia come un annus horribilis per quanto concerne le infezioni da virus West Nile (WNV) o virus del Nilo occidentale, dato che rispetto alle statistiche degli anni precedenti si è registrato un vero e proprio boom. Basti pensare che al 31 agosto del 2017 furono registrati soltanto 26 casi, mentre in base all'ultimo bollettino – datato 29 agosto 2018 – di Epicentro, il portale dedicato all'epidemiologia dell'Istituto Superiore di Sanità, le infezioni sono state ben 334. Che cosa è successo? E perché in Italia c'è un numero di casi sensibilmente superiore rispetto agli altri Paesi della UE?

Innanzitutto va sottolineato che il virus West Nile, nonostante abbia un nome esotico, è diventato ormai endemico in alcune regioni settentrionali del nostro Paese (in Veneto, ad esempio, lo è dal 2008). Ciò significa che a differenza del famigerato virus della Chikungunya che deve essere introdotto dall'esterno, lo abbiamo già “in casa” e dunque può dare adito a epidemie con maggiore facilità, proprio come avvenuto quest'anno. La ragione per cui nel 2018 c'è stato un boom, spiegano gli esperti, è essenzialmente di tipo climatico. Il caldo alternato alle abbondanti piogge e dunque all'elevata umidità ha favorito la proliferazione della Culex pipiens, la zanzara “italiana” per eccellenza, che punge di sera/notte a differenza della più aggressiva zanzara tigre (Aedes albopictus), che invece preferisce cibarsi di sangue durante il giorno. Questa specie è vettrice del virus del Nilo Occidentale, e poiché le popolazioni si sono moltiplicate a dismisura, le infezioni hanno subito una vera e propria impennata. A gonfiare i numeri anche il fatto che le zanzare sono arrivate con qualche settimana di anticipo rispetto agli anni precedenti, proprio perché agevolate dalle condizioni climatiche particolarmente favorevoli.

Se si confronta questa estate con quella torrida e secca dello scorso anno, balzata agli onori della cronaca più volte per i casi di siccità (come ad esempio al lago di Bracciano) e per i devastanti incendi, c'è una differenza sostanziale, che ha reso il nostro Paese ancor più ospitale per le zanzare e la diffusione del virus. Non c'è dunque da stupirsi che il Paese dell'Unione Europea con più casi dopo il nostro è la Grecia (147), caratterizzata da un clima tipicamente Mediterraneo proprio come l'Italia. In base ai dati indicati nell'ultimo bollettino del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), seguono a ruota l'Ungheria con 96, la Francia con 11, l'Austria con 8, la Croazia con 3 e la Slovenia con 1. In Europa ma al di fuori della UE si segnala anche il boom della Serbia con 213 casi registrati, che è anche il Paese con più decessi per virus West Nile, 21, contro i 16 della Grecia e i 13 dell'Italia. La Serbia si trova alla stessa latitudine delle regioni italiane interessate dall'epidemia.

Sempre in base all'ultimo bollettino di Epicentro, dei 334 casi umani confermati in Italia ben 131 hanno manifestato la forma neuro-invasiva del virus West Nile, mentre in 157 hanno manifestato febbre. Nel bollettino di fine agosto 2017 la forma neuro-invasiva interessò 13 persone su 26, quindi esattamente il 50 percento. Il virus West Nile nella stragrande maggioranza dei casi si presenta in forma asintomatica, oppure può provocare una sintomatologia assimilabile a quella di una sindrome influenzale (febbre, mal di testa e debolezza). Soltanto nell'1 percento dei casi può scatenare encefaliti letali, che interessano persone malate e con sistema immunitario compromesso.

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