Seconda ondata, rimbalzo, o ritorno di fiamma. Comunque lo si voglia chiamare, è questo lo scenario che al momento preoccupa (soprattutto) le autorità di Pechino, che grazie alle rigidissime misure draconiane messe in atto a Wuhan e in altre città della provincia dello Hubei sono riuscite a contenere e bloccare la diffusione dei contagi nazionali della COVID-19, l'infezione scatenata dal nuovo coronavirus SARS-CoV-2. Il rischio, infatti, è quello rappresentato dalle persone contagiate che stanno rientrando nel Paese asiatico dall'estero, moltissime delle quali dall'Europa e dagli Stati Uniti proprio per sfuggire alla dilagante pandemia di coronavirus.

A suggerire questa possibilità sono i numeri diffusi dalla Cina, nella quale per la prima volta, nei giorni scorsi, non sono stati registrati nuovi casi interni nell'area epicentro dell'epidemia, mentre le decine di contagiati tra studenti e lavoratori rientrati dall'estero hanno superato complessivamente tutti i casi interni per diversi giorni consecutivi, come spiegato dalla Reuters. Insomma, se lo stringente lockdown ha permesso di arrestare l'avanzata del virus lì dove è emerso, c'è sempre la possibilità che possa ripresentarsi dalla “porta sul retro”, appiccando nuovi focolai. Del resto la maggior parte della popolazione è ancora suscettibile all'infezione, non avendo storia immunitaria e non essendoci un vaccino, inoltre i numeri dei contagiati sono troppo bassi per garantire l'immunità di gregge a una popolazione di 2 miliardi di persone.

Il rischio della seconda ondata non viene tuttavia considerato un grosso problema da alcuni specialisti, come il professor Cao Wei, vicedirettore del Dipartimento di Malattie Infettive dell'Ospedale del Medical College di Pechino. “Per me, un secondo focolaio, un focolaio domestico in Cina, non sarebbe una grande preoccupazione”, ha dichiarato durante un briefing. Questa sicurezza è legata ai ferrei controlli e alle misure di prevenzione messe sul campo, che dovrebbero evitare il dilagare di contagi come avvenuto a Wuhan, e come adesso si stanno manifestando negli Stati Uniti e in Europa, con l'Italia e la Spagna tra le nazioni più colpite.

Nel nostro Paese, sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati dell'Università Johns Hopkins, si registrano circa 60mila contagi (secondo Paese al mondo dopo la Cina, con 80mila) e quasi 5.500 morti, che ci piazza sul gradino più alto della triste classifica (seguono il Dragone con 3.100 morti e la Spagna con quasi 1.800). Da noi è ancora in atto la battaglia contro la prima ondata di contagi, che sta interessando soprattutto il Nord Italia.  Fortunatamente i numeri di contagiati e vittime del 22 marzo sono risultati inferiori rispetto a quelli del giorno precedente, e la speranza è che si tratti dell'inizio dell'inversione del trend. Per questa ragione la settimana che ci si para innanzi è considerata decisiva; dovrebbero infatti farsi vedere i primi effetti del lockdown.

In base a quanto dichiarato a fanpage dal virologo dell'Università degli Studi di Milano Fabrizio Pregliasco, la situazione dovrebbe migliorare verso la fine di aprile e dovremmo “vedere la luce” a maggio. Per altri specialisti, come il professor Zhong Nanshan che scoprì la SARS e aiutò il governo di Pechino a eradicarla, la lotta al coronavirus potrebbe essere vinta a giugno, se tutti gli altri Paesi agiranno con fermezza e decisione proprio come ha fatto la Cina. Ad ogni modo, una volta spenti i focolai in Italia potrebbe presentarsi il rischio della “seconda ondata” anche qui, per questo è fondamentale che tutti i Paesi coinvolti dalla pandemia, attraverso rigide misure draconiane, uno dopo l'altro raggiungano il risultato conquistato da Pechino.

La devastante pandemia di influenza spagnola del 1918/19 – che uccise tra i 50 e i 100 milioni di persone – fu caratterizzata da tre ondate, delle quali la seconda fu la più catastrofica. All'epoca, tuttavia, non c'era sicuramente la globalizzazione attuale, che ha permesso una diffusione estremamente rapida del virus. Invece di colpire a ondate, come specificato alla Reuters dal professor Ian Henderson, direttore dell'Institute for Molecular Bioscience dell'Università del Queensland, le attuali pandemie si diffondono in tutto il mondo fin quando il virus non muta o la popolazione non raggiunge l'immunità. Il problema è che non sappiamo come potrebbe mutare il coronavirus, mentre sulla questione dell'immunità “è difficile rispondere perché semplicemente non disponiamo di informazioni sufficienti”, ha dichiarato l'esperto. Non si sa nemmeno quanto possa durare la protezione dei guariti da una nuova infezione, se mesi, anni, o magari per sempre.

C'è infine la possibilità che la Covid-19 possa diventare un'infezione stagionale, alla stregua della comune influenza, anche perché il coronavirus sembrerebbe aver colpito di più nelle aree con temperature più basse. Ciò nonostante, come specificato anche dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, potrebbe trattarsi di una “vana speranza” attendere che il virus sparisca da solo durante l'estate. Ma potremmo riuscire a eradicarlo come avvenuto con la SARS e MERS proprio grazie alle misure draconiane messe in atto dai Paesi.