Quando si parla di pandemia, ovvero di un'epidemia in grado di colpire in più parti del mondo con un alto numero di casi ed elevata mortalità, spesso il primo pensiero ricade sulla famigerata peste nera, che nel 1300 uccise ben 20 milioni di persone in Europa; tuttavia quella che ha mietuto più vittime in assoluto è la criptica influenza spagnola o grande influenza, un morbo che tra il 1918 e il 1920 sterminò tra 25 e 50 milioni di persone, dopo averne contagiate circa un miliardo. Recenti stime parlano addirittura di 100 milioni di morti. L'alone di mistero che avvolge la comparsa, la diffusione e la sparizione della “spagnola” è intimamente connesso al periodo in cui essa emerse, ovvero la fase finale della Prima Guerra Mondiale. Per ragioni di censura, infatti, la pandemia venne tenuta nascosta dai vari regimi a buona parte del mondo, perlomeno nel primo anno dall'esordio.

Cos'è l'influenza spagnola

L'influenza spagnola è stata, come suggerisce il nome stesso, un tipo di influenza – veicolata da virus del ceppo H1N1 – estremamente virulento e la più grande pandemia della storia umana. Il nome “spagnola” deriva dal fatto che quando iniziò a diffondersi ne parlarono principalmente i giornali del paese iberico, questo perché la Spagna non era coinvolta nel primo conflitto mondiale e dunque la libertà di stampa non era soggetta ai limiti della censura di guerra. Del resto, annunciare che una misteriosa epidemia stava falcidiando popolazione e soldati non poteva avere un impatto positivo sul morale delle truppe, già logore da anni di durissima guerra di trincea.

Il ceppo dell’influenza spagnola ricostruito in laboratorio: credit wikipedia
in foto: Il ceppo dell’influenza spagnola ricostruito in laboratorio: credit wikipedia

Come si diffuse

Capire quando, dove e come emerse esattamente la grande influenza è piuttosto complesso, proprio a causa del contesto storico in cui colpì, tuttavia i documenti indicano che i primi casi registrati, nei mesi invernali e primaverili del 1918, non furono letali, e la patologia si presentò come una forma influenzale che durava pochi giorni senza conseguenze di sorta. Venne chiamata “influenza dei tre giorni” e indicata semplicemente come uno strano morbo. Si ritiene che il primo focolaio fu un forte in Kansas o un altro in Texas, dove vennero colpiti 1.100 soldati, ma altre ricerche indicano un paese in Francia e anche l'Asia. Per le ragioni già elencate, anche la Spagna è stata considerata il teatro dei primi focolai. Nell'estate del 1918 l'influenza esplose in tutta la sua virulenza, accompagnandosi con gravissime complicazioni a livello polmonare che furono responsabili della maggior parte dei decessi. Si ritiene che in Europa fu introdotta proprio dai soldati americani, sbarcati in Francia nell'Aprile del 1917 per partecipare al conflitto. L'influenza spagnola colpì comunque ad ogni latitudine, coinvolgendo persino l'Artico e le remote isole del Pacifico. Scomparse improvvisamente due anni dopo la comparsa, probabilmente per una mutazione del virus in una forma meno letale, sebbene alcuni ritengano che un impatto sensibile lo abbiano avuto i trattamenti più efficaci per contrastare le polmoniti.

La letalità del virus

Pur essendo particolarmente aggressiva, l'influenza non era la diretta responsabile del tasso di mortalità: i decessi erano infatti provocati dalle infezioni batteriche che aggredivano i pazienti influenzati, spesso in condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie. Basti pensare ai soldati asserragliati da anni nelle trincee, un vero e proprio coacervo di virus e batteri che potevano prosperare tra cadaveri, carcasse di animali e fogne a cielo aperto. Per evitare una tale ecatombe sarebbero bastati degli antibiotici, efficaci nel contrastare le complicazioni di origine batterica, tuttavia la penicillina fu scoperta solo dieci anni dopo la fine del conflitto da Alexander Fleming.

La situazione in Italia

Il nostro paese fu uno di quelli più colpiti dall'influenza spagnola; il tasso di mortalità è stato secondo solo a quello russo, dove le condizioni climatiche estreme aggravarono ulteriormente la situazione. Si stima che in Italia il morbo colpì oltre 4 milioni e mezzo di persone, uccidendone tra le 375mila e le 650mila. Un numero impressionante, se si considera che all'epoca la popolazione italiana era composta da 36 milioni di cittadini. L'influenza colpì soprattutto al Sud, ma la mortalità variava moltissimo da zona a zona, con punte del 70 percento in alcune città. Già provata dalla guerra, l'Italia venne messa in ginocchio anche perché tra i morti vi furono tantissimi medici e infermieri, ma anche addetti ai trasporti, ovvero autisti, tranvieri e ferrovieri, più esposti perché a contatto con un gran numero di persone.

Una strage di giovani

Sebbene si possa pensare che il maggior numero di vittime fosse concentrato nelle fasce di età più esposte, ovvero bambini e anziani, in realtà i più colpiti furono i giovani tra i 18 e i 30 anni. Ci sono due teorie opposte al riguardo. Com'è noto, i ceppi di virus si distinguono per le caratteristiche di due proteine, ovvero l'emoagglutinina (H) e la neuroamidasi (N), da qui i nomi H1N1, H3N2, H5N1 e via discorrendo, divenuti tristemente famosi in associazione ai rischi dell'influenza aviaria. A causa della comparsa di virus simili a quello della spagnola (ovvero della forma H1N1) all'inizio del 1900 e prima del 1890, i soggetti nati nell'intervallo di tempo "non coperto" furono i meno protetti dalla spagnola, poiché a differenza degli altri non avevano sviluppato le difese immunitarie. Altri suggeriscono che la causa potrebbe essere stata una cosiddetta “tempesta di citochine”, innescata da una reazione sproporzionata del sistema immunitario, più efficiente nei giovani adulti.

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