In un breve lasso di tempo circa un milione di specie animali e vegetali rischia di estinguersi a causa nostra, molte delle quali destinate a sparire nel giro di pochi decenni. Ciò avrebbe un impatto catastrofico non solo sulla biodiversità e sulla tenuta degli ecosistemi, ma anche sulla disponibilità di cibo e sulla salute umana. Ad essere minacciata sarebbe dunque la nostra stessa sopravvivenza. Ad annunciarlo gli esperti dell'IPBES (Piattaforma intergovernativa per la biodiversità e i servizi ecosistemici), un organo delle Nazioni Unite che ha stilato un rapporto completo sulla salute globale degli ecosistemi. Il documento, messo a punto da circa 150 scienziati in tre anni di lavoro e sottoscritto all'unanimità da una commissione apposita, è stato presentato in seno a un meeting svoltosi all'UNESCO di Parigi.

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Numeri drammatici. Il tasso di estinzione evidenziato dagli scienziati risulta essere decine o centinaia di volte superiore rispetto al passato, un fenomeno che ha innescato la cosiddetta “sesta estinzione di massa”. Rischiano di sparire il 25% dei mammiferi; il 33% dei mammiferi marini; il 41% degli anfibi; il 31% degli squali; il 19% dei rettili; il 13% degli uccelli; il 33% delle barriere coralline e il 7% dei pesci, oltre a numerosissime piante. Gli insetti rischiano di essere letteralmente falcidiati, e tra le numerose specie che rischiano estinzione vi sono gli impollinatori che sono alla base di fondamentali raccolti per la nostra specie. Nel secolo scorso la maggior parte di piante e animali ha subito un drammatico declino del 20% o più. Tra gli esempi specifici citati dagli esperti ci sono le vaquita, piccole focene (cetacei) delle quali restano soltanto una decina di esemplari; le renne selvatiche estinte in numerosi Stati e il collasso delle barriere coralline.

Colpa nostra. Il motore di questa catastrofe è rappresentato dalle attività dell'uomo, che ha messo le mani su un terzo della superficie terrestre e sul 75 percento delle acque dolci solo per produrre cibo (coltivazione e allevamenti). Deprediamo 60 miliardi di tonnellate di “frutti” della Terra ogni anno, per soddisfare il fabbisogno della nostra specie, con ritmi insostenibili. Un terzo degli stock ittici, ad esempio, nel 2015 è stato sfruttato oltre la soglia della sostenibilità, mentre per il 60 percento di essi si è arrivati al limite. Poiché si prevede che entro il 2050 la popolazione mondiale salirà a 9 miliardi di persone, la richiesta di risorse diventerà ancora maggiore, catalizzando il rischio di collasso globale. La distruzione degli habitat naturali, i cambiamenti climatici, l'introduzione di specie invasive e di malattie, l'utilizzo di pesticidi, l'estrazione mineraria, la costruzione di dighe, l'inquinamento e altri fattori antropici sono tutti coinvolti in questo dramma.

Speranze. Gli scienziati guidati dal professor Robert Watson, un chimico britannico che ha presieduto l'IPBES, indicano che non ancora tutto è perduto, sottolineando che le nazioni sviluppate e quelle in via di sviluppo possono unire le forze per impedire il sovrasfruttamento delle risorse, oltre all'aumento di 2° centigradi della temperatura media rispetto ai livelli preindustriali. “Non è troppo tardi per agire, ma solo se si comincia a farlo adesso a tutti i livelli, locale e mondiale”, ha dichiarato Watson. Insomma, c'è ancora speranza per evitare la catastrofe, ma bisogna agire in fretta.