L'immunità garantita dall'esposizione a una malattia infettiva è un parametro variabile, e spazia da pochi mesi per i coronavirus noti fino a tutta la vita, come accade ad esempio per il morbillo. Per quanto concerne il coronavirus SARS-CoV-2, responsabile della pandemia che ha messo in ginocchio il mondo intero, gli scienziati ancora non sanno con esattezza quanto essa duri, tuttavia secondo un recente studio del Massachusetts General Hospital gli anticorpi protettivi/neutralizzanti (IgG) nei pazienti COVID-19 resisterebbero per almeno 4 mesi. Un'altra indagine condotta da ricercatori del Laboratorio di virologia sperimentale dell'Università di Amsterdam, basata su 35 anni di studi sui coronavirus comuni, suggerisce che per il patogeno emerso in Cina la protezione immunitaria sia di breve durata.

Sapere quanto tempo dura lo ‘scudo' immunitario offerto dagli anticorpi neutralizzanti è fondamentale per due ragioni: valutare il rischio di reinfezione, del quale stanno emergendo i primi casi, e lo sviluppo di un vaccino in grado di proteggere in modo efficace, anche alla luce della presenza di più ceppi del patogeno. Un caso particolarmente significativo, descritto nell'articolo “Genomic evidence for reinfection with SARS-CoV-2: a case study” pubblicato sull'autorevole rivista scientifica The Lancet Infectious Disease, riguarda un venticinquenne residente nella contea di Washoe, nello stato americano del Nevada. Il ragazzo è stato contagiato dal coronavirus una prima volta ad aprile, risultando positivo al tampone-rinofaringeo (test PC-R) il giorno 18, e una seconda volta il 5 giugno. A maggio è stato sottoposto a due tamponi di follow-up risultati negativi. Dalle analisi del profilo genetico del SARS-CoV-2, i ricercatori del Dipartimento di Patologia e Medicina di Laboratorio dell'Università del Nevada hanno determinato che il ragazzo è stato contagiato da due ceppi differenti del patogeno.

L'aspetto più preoccupante di questo caso di reinfezione, con uno scarto di appena 48 giorni fra la prima e la seconda positività, risiede nel fatto che il giovane ha sperimentato una malattia molto più severa nel secondo caso, che ha richiesto il ricovero in ospedale e la somministrazione di ossigeno. Le ipotesi al vaglio degli scienziati guidati dal professor Mark Pandori sono tre: nella prima si sostiene che il ragazzo possa essere stato esposto a una concentrazione di virus sensibilmente superiore alla prima, sviluppando così sintomi molto più seri; la seconda che il secondo ceppo virale sia molto più virulento del primo; la terza è il cosiddetto “potenziamento dipendente dagli anticorpi”, un fenomeno che può determinarsi in alcune patologie – come la dengue – per il quale gli anticorpi sviluppati dalla prima infezione, invece di proteggere da un successivo contagio peggiorano i sintomi qualora dovesse verificarsi.

“La possibilità di reinfezioni potrebbe avere implicazioni significative per la nostra comprensione dell'immunità da COVID-19, specialmente in assenza di un vaccino efficace”, ha dichiarato l'autore principale dello studio Mark Pandori. “Abbiamo bisogno di ulteriori ricerche per capire quanto tempo può durare l'immunità per le persone esposte a SARS-CoV-2 e perché alcune di queste seconde infezioni, sebbene rare, si presentano come più gravi”, ha aggiunto lo scienziato. Ad oggi è nota una manciata di casi di reinfezione da SARS-CoV-2 in letteratura scientifica, dei quali il primo riguarda un ragazzo di Hong Kong (contagiato ad aprile nella sua città e ad agosto in Spagna), mentre altri coinvolgono pazienti di Belgio, Paesi Bassi ed Ecuador. Per alcuni di essi è noto che la seconda infezione è stata più debole della prima (asintomatica per il ragazzo di Hong Kong), mentre per il venticinquenne del Nevada, come indicato, l'impatto è stato molto peggiore. Poiché in larga parte dei casi l'infezione da SARS-CoV-2 è asintomatica, molti casi di reinfezione possono passare completamente inosservati.

Come confermato su The Lancet dal professor Akiko Iwasaka, docente di Immunobiologia e Biologia molecolare, cellulare e dello sviluppo presso la prestigiosa Università di Yale, conoscere la durata dell'immunità e la frequenza delle reinfezioni è fondamentale per comprendere quali tipo di vaccini possono conferire protezione individuale e determinare l'immunità di gregge. Alla luce della possibile breve durata della protezione e della variabilità dei ceppi, non si esclude che in futuro la vaccinazione contro il coronavirus possa essere ciclica come avviene con l'influenza. La speranza è che il patogeno possa essere comunque sconfitto e completamente eradicato.