Col passare dei mesi gli scienziati conoscono sempre meglio il coronavirus SARS-CoV-2, tuttavia c'è una caratteristica fondamentale sulla quale ci sono ancora molti dubbi, ovvero, la durata della protezione immunitaria offerta dagli anticorpi neutralizzanti dopo essere stati contagiati una prima volta. Sono ormai ufficialmente noti alcuni casi di reinfezione, che suggeriscono come tale “scudo” possa essere piuttosto limitato nel tempo: un trentatreenne di Hong Kong contagiato ad aprile nella sua città, ad esempio, è stato nuovamente contagiato in estate in Spagna durante un viaggio (da un ceppo diverso), e una sorte analoga è toccata a un anziano dei Paesi Bassi e a una cinquantenne belga. In tutti i casi le reinfezioni si sono manifestate in misura più debole (anche totalmente asintomatica) nei pazienti.

A suggerire che la protezione offerta dagli anticorpi di una prima infezione da SARS-CoV-2 possa essere di breve durata vi è un nuovo studio, basato sull'analisi del “comportamento” di altri coronavirus che infettano regolarmente le persone. Il coronavirus infatti non è uno solo, ma è una sottofamiglia di patogeni (chiamata scientificamente Orthocoronavirinae) della quale fanno parte numerosi esponenti; fra essi quelli responsabili della SARS e della MERS (betacoronavirus come il SARS-CoV-2), ma anche quelli che provocano il comune raffreddore. È proprio studiando l'andamento delle infezioni innescate dai comuni coronavirus che si ipotizza una protezione limitata. A determinarlo un team di ricerca internazionale guidato da scienziati del Laboratorio di virologia sperimentale dell'Università di Amsterdam, Paesi Bassi, che hanno collaborato con i colleghi dell'istituto INGENASA – Inmunología y Genética Aplicada SA di Madrid; del Dipartimento di Microbiologia dell'Università di Anversa (Belgio) e di altri centri di ricerca.

Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Lia van der Hoek, docente presso il Dipartimento di microbiologia medica e prevenzione delle infezioni dell'ateneo olandese, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver studiato il comportamento di quattro coronavirus stagionali (HcoV-OC43, HcoV-HKU1, HcoV-NL63 e HcoV-229E) nell'arco di 35 anni. Nello specifico, hanno analizzato oltre 500 campioni di sangue prelevati da dieci volontari a intervalli regolari durante il lungo periodo di tempo, analizzando le concentrazioni di anticorpi legati a ciascun tipo di infezione. A ogni picco di immunoglobuline è stata associata una nuova infezione (poiché spesso i contagi da coronavirus non comportano sintomi, l'analisi degli anticorpi può essere un metodo valido – anche se non infallibile – per rilevare le trasmissioni silenti). Incrociando tutti i dati, van der Hoek e colleghi hanno rilevato da 3 a 17 reinfezioni per ciascun paziente. Alcune si sono ripresentate a circa 6 mesi dalla prima, ma più frequentemente attorno a un anno, e molto più frequentemente in inverno. In parole semplici, i coronavirus tornavano a infettare più o meno regolarmente i pazienti.

Pur non avendo conferme che il nuovo coronavirus si comporti esattamente come gli altri coinvolti nello studio, è verosimile pensare che, appartenendo allo stesso gruppo, la protezione immunitaria possa avere una breve durata, come del resto evidenziano i primi casi di reinfezione. Va tuttavia tenuto presente che lo studio ha coinvolto un numero limitato di persone, e che comunque gli anticorpi non rappresentano un metodo sicuro al 100 percento per rilevare un contagio. I risultati suggeriscono che un eventuale vaccino contro il coronavirus SARS-CoV-2 potrebbe dover essere somministrato a intervalli regolari, proprio come accade per quello dell'influenza. Al momento comunque si tratta solo di ipotesi, che andranno confermate con studi ad hoc e più approfonditi. I dettagli della ricerca “Seasonal coronavirus protective immunity is short-lasting” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica specializzata Nature Medicine.