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Quali sono le varianti di coronavirus che preoccupano di più gli esperti

Replicandosi negli ospiti, i virus mutano naturalmente dando vita a migliaia di lignaggi. Benché la maggior parte di essi non si discosti dal ceppo selvatico, alcuni accumulano mutazioni in grado di originare nuove varianti con caratteristiche virali specifiche. Ecco quali sono le varianti di coronavirus SARS-CoV-2 in circolazione che preoccupano di più esperti e istituzioni.
Il nuovo coronavirus visto al microscopio elettronico in falsi colori. Credit: NIAID–RML

Come specificato dal gruppo di ricerca britannico COVID-19 Genomics UK (COG-UK), specializzato nell'analisi genomica del coronavirus SARS-CoV-2, i virus mutano naturalmente diffondendosi negli ospiti, e anche il patogeno pandemico non fa differenza. Le varianti emerse da questo processo biologico, determinato da errori casuali (mutazioni) che si verificano replicazione dopo replicazione, da quando il nuovo coronavirus è in circolazione sono a migliaia. Nella stragrande maggioranza dei casi, tuttavia, esse non sono significative dal punto di vista delle caratteristiche virali, come sottolineato dalla professoressa Lucy van Dorp, docente di Genomica Microbica dell'Università della California di Los Angeles. In talune occasioni può raggrupparsi un certo numero di mutazioni contemporaneamente che dà vita a vere e proprie nuove varianti, che possono presentare sensibili differenze rispetto al ceppo originale o “selvatico”. Il rischio principale è che possano determinare un'infezione più grave e mortale, ma anche che possano eludere i vaccini già sviluppati o essere più trasmissibili. Ecco quali sono le varianti del coronavirus finite nel mirino di esperti e istituzioni.

La variante inglese

Identificata per la prima volta a settembre nell'Inghilterra sudorientale, la variante inglese del coronavirus SARS-CoV-2 è stata la prima ad aver iniziato realmente a preoccupare gli scienziati e i governi, tanto da aver spinto a bloccare i voli col Regno Unito. Nel giro di poche settimane è divenuta infatti quella dominante in vaste aree della Gran Bretagna, a causa di una maggiore trasmissibilità (del 30-50 percento) confermata da un recente studio dell'Imperial College di Londra. Benché non sia più mortale, come evidenziato da uno studio della Public Health England (PHE), l’Agenzia governativa del Dipartimento della Sanità e dell’Assistenza sociale del Regno Unito, il maggior numero di contagi determina comunque un numero superiore di pazienti ricoverati in ospedale e di conseguenza anche di vittime. La variante è chiamata B.1.1.7 o Variant of Concern 202012/01VOC-202012/01 e si caratterizza per oltre venti mutazioni, 14 delle quali concentrate sulla proteina S o Spike del coronavirus. Poiché il virus sfrutta questa glicoproteina per legarsi e infettare le cellule umane, la maggior parte dei vaccini si concentra sul colpire questa porzione del patogeno. Ma se il virus muta, potrebbe essere in grado di aggirare i vaccini. Fortunatamente la casa farmaceutica Pfizer ha annunciato che il suo vaccino è efficace anche contro la variante inglese.

La variante sudafricana

Chiamata 501.V2, la variante sudafricana preoccupa gli esperti non solo perché condivide una mutazione sulla proteina S (la N501Y) con quella inglese che le conferirebbe una maggiore trasmissibilità, ma anche perché ne presenta altre due (E484K e K417N) che ridurrebbero la sensibilità agli anticorpi e potrebbero interferire con l'immunità determinata dai vaccini anti COVID. “Questo non significa che i vaccini anti-Covid esistenti non funzioneranno affatto, ma solo che gli anticorpi indotti dagli attuali vaccini potrebbero non legarsi e neutralizzare la variante sudafricana”, ha affermato il dottor Julian W Tang, virologo presso l’Università di Leicester. Fortunatamente il CEO di Pfizer ha annunciato che il proprio vaccino tozinameran/BNT162b2 sviluppato in collaborazione con BioNTech è efficace anche contro la variante inglese.

La variante brasiliana

L'ultima variante a destare apprensione tra gli esperti è quella brasiliana chiamata P.1 o B.1.1.248, identificata anche in Giappone lo scorso 6 gennaio, in quattro viaggiatori provenienti dal Brasile. La variante presenta una dozzina di mutazioni sulla proteina Spike, tra le quali figura anche la E484K rilevata nella variante sudafricana. A rendere particolarmente preoccupante questo lignaggio il fatto che moltissime persone si stanno reinfettando, nonostante si ritenesse avessero anticorpi neutralizzanti. La situazione più drammatica si registra a Manaus, città nella quale durante la prima ondata è stato infettato il 75 percento della popolazione, come indicato dal professor Nuno Farias in un editoriale su Science. Incredibilmente, nelle ultime settimane la città sta vivendo un nuovo boom di contagi, con ospedali stracolmi di pazienti. Non è chiaro se l'immunità naturale determinata dal ceppo originale si sia già esaurita o se la nuova variante sia in grado di aggirare gli anticorpi; andranno dunque condotti studi più approfonditi per comprendere meglio le caratteristiche di questo nuovo lignaggio.

La variante D614G

Durante la primavera del 2020 gli scienziati del Dipartimento di Biologia Teorica e Biofisica del Laboratorio Nazionale di Los Alamos (Stati Uniti) annunciarono la scoperta di una variante del coronavirus, caratterizzata da una mutazione chiamata D614G. Sin da allora si riteneva che questa variante fosse più contagiosa di quella selvatica, e un recente studio condotto a Houston ha dimostrato che la prevalenza tra i cittadini positivi con questa variante è arrivata addirittura al 99,9 percento. “Il virus D614G supera il ceppo ancestrale di circa 10 volte e si replica in modo estremamente efficiente nelle cellule epiteliali nasali primarie, che sono un sito potenzialmente importante per la trasmissione da persona a persona”, ha dichiarato in un comunicato stampa il professor Ralph S. Baric, docente presso il Dipartimento di Epidmeiologia dell'Università della Carolina del Nord di Chapel Hill. In questo caso, tuttavia, si ritiene che la mutazione abbia reso il coronavirus ancor più suscettibile al vaccino.

La variante Cluster 5

Negli allevamenti di visoni della Danimarca è stata individuata una variante del coronavirus che è stata in grado di ripassare all'uomo: l'hanno chiamata "Cluster 5". In parole semplici, gli allevatori positivi hanno infettato i visoni, nei quali il virus è mutato e successivamente è ripassato all'uomo. Sono state rilevate almeno 12 infezioni di questo tipo. Poiché alcune analisi hanno rilevato una ridotta sensibilità agli anticorpi di questa variante, per evitare che potesse continuare a diffondersi e mutare, le autorità danesi hanno deciso di uccidere tutti i visoni degli allevamenti nazionali, oltre 17 milioni di esemplari. Secondo gli esperti il Cluster 5 sarebbe stato eradicato.

Le varianti in Italia

Secondo uno studio condotto da ricercatori del CINGE di Napoli, il centro di biotecnologie avanzate nel quale opera il team COVID-19 della Regione Campania, in Italia sono diffuse cinque distinte varianti del coronavirus SARS-CoV-2. Note con le sigle con le sigle 19A, 19B, 20A, 20B e 20C, sono state identificate mettendo a confronto circa 250 genomi del patogeno. A esse si aggiungono i lignaggi 20A.EU1 e 20A.EU2, originatisi in Spagna in estate e diffusi nel nostro Paese in autunno, e la variante N501T, isolata a Brescia. Anche questa potrebbe circolare in Italia dall'estate, e si ritiene sia una “cugina” della famigerata variante inglese, anch'essa identificata in alcuni pazienti.

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