Sebbene gli studi siano in corso e i meccanismi coinvolti ancora da comprendere a fondo, l'associazione tra rarissimi eventi tromboembolici e i vaccini anti Covid a vettore adenovirale (il Vaxzevria di AstraZeneca e il Johnson & Johnson) è stata confermata dalle principali autorità sanitarie internazionali, come l'Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) e la Food and Drug Administration (FDA) americana. All'emersione dei primi casi sospetti, nei mesi scorsi, seguirono sospensioni e modifiche ai piani vaccinali in molti Paesi, tuttavia il dibattito sulla questione è ancora molto acceso, anche alla luce di somministrazioni effettuate a fasce d'età per le quali questi farmaci non sono raccomandati. A destare particolare preoccupazione tra gli esperti sono i casi di trombosi della vena sinusale, una rara forma di trombosi cerebrale che si manifesta con carenza di piastrine (trombocitopenia), così come quelli di trombosi della vena splancnica (addominale) e di trombosi arteriosa. Tutte queste queste condizioni associate ai sieri anti Covid sono state definite dagli scienziati come eventi trombotici associati a un basso numero di piastrine indotti dal vaccino (VITT). Come indicato si tratta di eventi rarissimi, tuttavia le indagini epidemiologiche mostrano che il rischio di svilupparli non è uguale per tutti: secondo i dati dell'EMA, infatti, nella fascia di età tra i 20 e i 29 anni ci sono circa due probabilità di avere una trombosi ogni centomila somministrazioni, un rischio sensibilmente maggiore rispetto alla fascia 60-69. I giovani, e in particolar modo le donne, risulterebbero dunque più esposti al rischio di trombosi: com'è possibile?

Premesso che non sono ancora disponibili dati conclusivi per affermarlo con certezza, ci sono diverse ragioni che possono spiegare come mai le ragazze sarebbero più esposte al rischio tromboembolico dopo la vaccinazione. Come sottolineato in un'intervista al El Pais dal professor Rodrigo Rial, portavoce della Società Spagnola di Chirurgia Vascolare, angiologo e chirurgo vascolare presso l’Ospedale universitario HM Terrelodones di Madrid, le donne sono innanzitutto più suscettibili degli uomini alle malattie autoimmuni, inoltre in giovane età il sistema immunitario molto più pronto e reattivo, dunque si è più esposti a complicazioni innescate da processi autoimmuni. Gli esperti ritengono che le trombosi indotte dai vaccini Covid a vettore adenovirale siano legati proprio a una reazione autoimmune, come spiegato nell'articolo “Thrombotic Thrombocytopenia after ChAdOx1 nCov-19 Vaccination” pubblicato sull'autorevole rivista The New England Journal of Medicine da scienziati del Paul-Ehrlich-Institut (l'istituto federale tedesco per i vaccini e la biomedicina). In parole semplici, i pazienti colpiti sviluppano anticorpi che si legano a una specifica proteina presente sulla superficie delle piastrine chiamata fattore piastrinico 4; questo meccanismo spinge le piastrine ad aggregarsi e a dar vita ai coaguli di sangue che iniziano a circolare nel flusso sanguigno. A innescare la trombosi, secondo gli esperti tedeschi guidati dal professor Andreas Greinacher dell’Università di Greifswald, potrebbe essere un conservante presente nel vaccino chiamato EDTA, ma nel mirino vi è anche la rottura dell'adenovirus utilizzato come navetta per trasportare l'informazione genetica della proteina Spike e la conseguente liberazione del DNA, che a sua volta sarebbe in grado di formare legami col fattore piastrinico 4.

Come indicato, la causa scatenante delle trombosi deve essere ancora accertata e la semplice associazione col vaccino indicata da EMA e FDA non evidenzia alcun rapporto di causa-effetto, tuttavia, come indicato, le indagini epidemiologiche suggeriscono che il rischio sia maggiore per le giovani donne. Alla luce di questi dati numerosi esperti stanno chiedendo all'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), all'EMA e ai decisori politici di vietare in modo definitivo la somministrazione dei vaccini a vettore adenovirale alle fasce d'età più giovani. Tale richiesta si è ulteriormente intensificata dopo la morte della diciottenne Camilla di Sestri Levante, vaccinata il 25 maggio con AstraZeneca durante un "Open Day". Secondo il professor Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova, il rischio di trombosi sarebbe particolarmente elevato per le donne che assumono la pillola anticoncezionale, alle quali sconsiglierebbe sia il vaccino di Johnson & Johnson che quello di AstraZeneca. In precedenza il professor Rial aveva dichiarato che “circa una donna su mille che assumono l'anticoncezionale soffre di coaguli, mentre il rischio tra le vaccinate è di un caso ogni 175mila vaccinazioni”. È atteso a breve un nuovo pronunciamento del Comitato Tecnico Scientifico (CTS) sui vaccini a vettore adenovirale, che potrebbe chiudere definitivamente le somministrazioni nelle fasce più giovani.