Non è chiaro fino a quando dovremo convivere con la pandemia di COVID-19, ma è quasi certo che non avremo più a che fare con un lockdown nazionale come quello vissuto durante i primi mesi dell'anno, quando l'Italia è stata travolta dalla prima, catastrofica ondata di contagi da coronavirus SARS-CoV-2. Durante la seconda ondata, che stiamo ancora vivendo a causa di un'estate trascorsa con la soglia d'attenzione un po' troppo bassa, le nuove misure per appiattire la curva epidemiologica sembrano infatti funzionare egregiamente, anche senza la necessità di chiudere in casa tutti gli italiani. Perlomeno non per tutto il giorno, dato che è in vigore un coprifuoco nazionale dalle 5 alle 22 che impedisce di uscire se non per comprovati motivi di lavoro, necessità e urgenza (da dimostrare con autocertificazione). Insomma, l'Italia a “macchia di leopardo” con le regioni rosse, arancioni e gialle sulla base del rischio epidemiologico – individuato da 21 parametri – pare essere una soluzione in grado di tutelare l'economia (laddove possibile) e contenere la curva dei contagi.

Ciò che del resto possiamo fare finché non avremo a disposizione un vaccino sicuro ed efficace (le prime dosi dovrebbero essere distribuite questo mese negli Stati Uniti e da gennaio in Italia) è convivere col virus, non certo sperare di eradicarlo a colpi di distanziamento sociale, mascherine e restrizioni di altro genere. Sono tutte misure estremamente efficaci, utili e necessarie per spezzare la catena dei contagi, ma non ci liberano dal patogeno emerso in Cina un anno fa. Lo ha dimostrato la “calma piatta” dell'estate, durante la quale i contagi sono stati quasi azzerati, che è stata seguita da un'esplosione di casi verificatasi negli ultimi mesi. Ma grazie alle nuove misure, dal coprifuoco alle chiusure localizzate, siamo di nuovo riusciti ad appiattire la curva, come sottolineato dal virologo Fabrizio Pregliasco a Radio Cusano Campus: “Siamo riusciti a spuntare l'apice e con questa spalmatura nel tempo si riesce a gestire i casi più impegnativi in funzione delle capacità di azione degli ospedali, navigando su un valore che è ancora impegnativo ma non disperante”. In altri termini, stiamo ottenendo il risultato desiderato, cioè allentare la pressione sugli ospedali e ridurre il numero di ricoverati, sia nei reparti ordinari che in quelli di terapia intensiva, considerati altamente critici nell'ottica della gestione della pandemia.

Pur essendo riusciti a fermare la crescita esponenziale della curva, tuttavia, stiamo comunque viaggiando attorno ai 16mila-20mila contagi al giorno e i morti sono ancora tantissimi, troppi. L'ultimo bollettino datato 30 novembre ne riporta 672, ma nei giorni precedenti erano stati quasi raggiunti i 900. Non i mille che si sfiorarono durante la prima ondata, ma sempre di un numero enorme di vite perdute si tratta. Come spiegato da Pregliasco questa conta calerà nel giro di un paio di settimane, perché quello dei decessi è l'ultimo dato a scendere, dopo essere riusciti a "contenere" la curva. Una differenza sostanziale tra il primo e il secondo lockdown sta nel fatto che siamo riusciti a ottenere il risultato più rapidamente, senza rinchiudere tutti gli italiani, ma ciò è dovuto anche alle misure anti contagio di base.

La prima ondata ci colse di sorpresa, nonostante i “segnali” provenienti dalla Cina, e all'epoca le mascherine non venivano nemmeno raccomandate dalle autorità sanitarie; oggi siamo decisamente più pronti, le mascherine sono obbligatorie anche all'aperto e sono state introdotte numerose misure in grado di ridurre i rischi. Dagli ingressi contingentati nei locali – e non solo – al posizionamento strategico dei dispenser con gel idroalcolico (l'igiene delle mani è un altro pilastro anti contagio), passando per il distanziamento fisico, la chiusura di determinate attività, lo smart working, la riduzione dei posti sui mezzi pubblici e moltissimo altro ancora. Tutto questo concorre a rendere più rapide ed efficienti le restrizioni più severe, comprese quelle in vigore nelle zone rosse, ecco perché non dovremmo aspettarci nuovi lockdown nazionali, anche qualora dovesse palesarsi una temuta terza ondata. Al momento non è chiaro se riusciremo ad appiattire la curva ai livelli estivi, tenendo presente che i virus respiratori si avvantaggiano del freddo sia direttamente che indirettamente, ma si stanno avvicinando i vaccini e forse riusciremo a “reggere” con l'Italia divisa in tre "colori" fino alla distribuzione.

Tra chi sostiene che questo metodo di affrontare la pandemia sia quello giusto vi è anche l'immunologa Antonella Viola dell'università di Padova; al Corriere della Sera ha sottolineato che “la formula giusta è chiaramente questa, necessariamente”, “perché il Covid – aggiunge l'esperta – non è un’emergenza che dura un mese o due mesi, è un problema che ci porteremo avanti fino all’estate, per cui è necessario trovare delle forme modulabili di lockdown sulla base dell’andamento del contagio nel territorio. Quindi sì, questo sembra essere davvero il modo corretto di gestire l’epidemia”. Anche il professor Pregliasco sottolinea che stiamo ottenendo dei risultati validi, anche perché “spalmando” i casi è possibile riprendere in mano il tracciamento dei contatti – saltato a causa del numero abnorme di positivi degli ultimi mesi – e riuscire di nuovo a gestire meglio la diffusione del virus. Fino al vaccino, dovrebbe dare una svolta definitiva alla lotta contro il coronavirus SARS-CoV-2.