La cosiddetta immunità di gregge o immunità di gruppo/comunità è un fenomeno che si determina quando una larga parte di una data popolazione è immune a una specifica malattia infettiva, e per questa ragione riesce a proteggere dalle infezioni anche la restante percentuale che non ha anticorpi. In parole semplici, il patogeno responsabile della malattia trova un grande numero di “semafori rossi” o “porte chiuse”, e non riuscendo a passare da persona a persona tende così a sparire e l'epidemia viene controllata. Questo scudo immunitario è un obiettivo virtuoso da raggiungere attraverso le campagne vaccinali, poiché grazie ad esso si possono difendere persone immunodepresse e immunocompromesse, bambini troppo piccoli e in generale tutti coloro che sono esposti al rischio di contagio ma che per qualche ragione non possono vaccinarsi.

Nel caso della COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, un vaccino ancora non è disponibile, eppure di immunità di gregge se ne parla sin dalle primissime settimane della pandemia, quando qualcuno l'ha immaginata come “strategia” efficace per arrestare la diffusione del patogeno emerso in Cina. Tutti ricordano le dichiarazioni di sir Patrick Vallance, consigliere scientifico capo del governo britannico, che avrebbe voluto puntare proprio su questa strategia facendo circolare liberamente il virus tra la popolazione. L'impatto catastrofico sul sistema sanitario, il numero di contagi e di decessi alle stelle fece immediatamente cambiare registro al governo di Boris Johnson, che attuò in fretta e furia misure sempre più stringenti fino al lockdown. Anche la Svezia ha provato a puntare sull'immunità di gregge, ma alla fine di marzo, a causa di numeri drammatici – tra i peggiori in Europa, in relazione alla popolazione – ha deciso di abbandonare questa strategia adottando misure più stringenti, dalla chiusura di scuole e università a limiti negli spostamenti. Nonostante un approccio più morbido e la "quasi" libera circolazione del virus tra la popolazione, che ha provocato numerose vittime tra la popolazione più vulnerabile, l'immunità di gregge non è stata minimamente sfiorata nemmeno in Svezia. A Stoccolma, ad esempio, la sieroprevalenza è risultata essere inferiore dell'8 percento ad aprile 2020, un risultato paragonabile a quello di altre città (come Barcellona) dove invece sono state attuate misure anti contagio molto più rigide.

Insomma, cercare l'immunità di gregge senza un vaccino non solo non è etico, proprio perché si espone a un virus potenzialmente mortale un gran numero di persone, ma non ha nemmeno senso per un patogeno come il SARS-CoV-2. A sottolinearlo 80 scienziati tra epidemiologi, virologi, psicologi e medici di altre specializzazioni, in una lettera aperta pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet, nella quale è stato definito un “pericoloso errore” provare a fermare la pandemia di coronavirus solo con questa strategia, non essendo supportata da alcuna evidenza scientifica. Gli esperti sottolineano che si tratta di un metodo “fallace e costoso”, sia in termini economici che di vite umane. La ragione principale risiede nel fatto che la protezione immunitaria dopo il contagio sembra durare pochissimi mesi, pertanto parte della popolazione perde rapidamente l'immunità e diventa nuovamente suscettibile all'infezione. Focolai epidemici continuerebbero a scoppiare a macchia di leopardo facendo tornare ciclicamente il virus, senza tenerlo mai sotto controllo. Senza un vaccino, spiegano gli autori dello studio, perseguire la strada dell'immunità di gregge porta anche al collasso del sistema sanitario per il numero enorme di pazienti che necessita di assistenza, e ciò non garantisce terapie adeguate per tutti, non solo per chi è colpito dal coronavirus, ma anche per chi soffre di altre condizioni che potrebbero ad esempio aver bisogno di un posto in terapia intensiva.

A suffragare le affermazioni dei firmatari della lettera su The Lancet vi è il nuovo studio “Herd Immunity and Implications for SARS-CoV-2 Control” pubblicato su JAMA, condotto da un team di ricerca americano della Scuola di Salute Pubblica della prestigiosa Università di Yale. Gli scienziati, coordinati dal professor Saad B. Omer, affermano che la soglia minima per l'immunità di gregge, ovvero la percentuale minima di popolazione immunizzata in grado di innescarla, è strettamente connessa al fattore R0, cioè al numero di persone che un singolo infetto in media riesce a contagiare. Più è elevato il valore del fattore R0, maggiore è la percentuale della popolazione che deve essere immunizzata. Per il morbillo l'R0 è compreso tra 12 e 18, pertanto la soglia minima di raggiunge soltanto attorno al 95 percento di popolazione immunizzata; per quanto concerne la COVID-19, poiché il fattore R0 è stato stimato tra 2 e 3, si ritiene che l'immunità di gregge si raggiunga attorno al 60 percento. A diversi mesi dalla circolazione del virus, tuttavia, la stragrande maggioranza della popolazione mondiale è ancora suscettibile, e siamo ben lontani da simili percentuali attraverso la naturale diffusione del patogeno.

Omer e colleghi sottolineano che fino ad oggi non vi è alcun esempio di successo di una strategia basata sull'immunità di gregge perseguita attraverso infezioni intenzionali su larga scala. Anche mettendo in lockdown la sola popolazione più a rischio complicazioni e lasciando circolare liberamente chi rischia meno non è utile, perché il virus salterebbe facilmente dal gruppo a bassa mortalità a quello ad alta mortalità. In una popolazione come quella americana composta da circa 330 milioni di persone, l'immunità di gregge sarà raggiunta quando 198 milioni di individui saranno immunizzati; con un tasso di mortalità dello 0,5 percento per infezione, perseguendola con le infezioni naturali si avrebbero centinaia di migliaia di morti in più rispetto agli attuali. Supponendo che meno del 10 percento della popolazione americana sia stata infettata e che l'immunità da coronavirus duri 2 – 3 anni, “l'immunità di gregge indotta da infezione non è attuabile per controllare la pandemia al punto in cui siamo”, scrivono gli autori dello studio.

In malattie come il morbillo, la varicella e la rosolia, l'immunità dura a lungo sia grazie all'infezione che alla vaccinazione, mentre sempre più studi stanno dimostrando che gli anticorpi prodotti dalla COVID-19 tendono a sparire in pochissimi mesi, soprattutto se l'infezione è stata lieve o asintomatica. Ad oggi non abbiamo ancora un vaccino contro il coronavirus SARS-CoV-2 e non sappiamo quanto durerà la potenziale protezione. Tenendo presente la risposta immunitaria ai coronavirus, è plausibile pensare che la campagna vaccinale dovrà essere programmata con più dosi e a scadenze regolari, per offrire una protezione duratura in grado di contenere il virus. Tra i fattori di cui potremmo beneficiare vi sarebbe la cosiddetta reattività crociata delle cellule T innescata dalle infezioni di altri coronavirus; alcune ricerche suggeriscono che l'infezione da parte di questi patogeni garantirebbe una certa protezione dalla COVID-19, ma come spiegano gli autori dello studio, non è chiaro se questa essa determini un vero e proprio “scudo” contro l'infezione, oppure renda i sintomi della patologia meno gravi.

Gli scienziati affermano che saranno i vaccini ad aiutarci a raggiungere l'immunità di gregge, ma efficacia e copertura sono due fattori fondamentali; ci vorrà infatti molto tempo prima che le dosi siano disponibili per tutti. “I vaccini solo non devono essere efficaci, ma i programmi di vaccinazione devono essere ben organizzati e su ampia scala per garantire a coloro che non possono essere protetti direttamente una protezione relativa”, concludono gli scienziati. Le prime dosi di un vaccino sicuro ed efficace potrebbero arrivare già entro la fine di quest'anno.