A quattro settimane di distanza dalla negativizzazione, gli anticorpi sviluppati dai pazienti colpiti da una forma lieve di COVID-19 (l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2) risultano dimezzati. Questa drastica riduzione coinvolge tutte le tipologie di immunoglobuline tranne una, pertanto ne consegue che lo ‘scudo immunitario‘ determinato dalle infezioni non gravi sarebbe di brevissima durata. Dunque chi è guarito da tali forme della malattia non deve sentirsi protetto, e continuare a seguire tutte le misure per tutelare sé stesso e il prossimo, dato che il rischio di reinfezione – come del resto mostrano diverse ricerche – è più che concreto, sebbene ancora da comprendere appieno nelle sue dinamiche.

A determinare l'effimera durata degli anticorpi (neutralizzanti e non) sviluppati in seguito a una lieve infezione da coronavirus è stato un team di ricerca tutto italiano, guidato da scienziati dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) IRCCS di Milano. Hanno collaborato all'indagine i colleghi del Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell'Università degli Studi di Milano; della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi Milano-Bicocca; dell'Università degli Studi di Pavia e della Fondazione IRCCS Ca ‘Granda Ospedale Policlinico Milano. Gli scienziati, coordinati da Federica Facciotti, Marina Mapelli e Sebastiano Pasqualato del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dello IEO, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver sviluppato un test sierologico ELISA (acronimo di enzyme-linked immunosorbent assay) modificato, nel quale è stato espresso e purificato “il dominio di legame del recettore Spike (RBD) ricombinante del SARS-CoV-2, l'ectodominio solubile (Spike) e la proteina nucleocapsidica a lunghezza intera (N)”, come si legge nell'abstract dello studio.

Dopo aver messo a punto il test, gli scienziati hanno analizzato i sieri di 16 pazienti colpiti dalla forma lieve della COVID-19 (tutti operatori sanitari non ricoverati), di 23 pazienti ricoverati in terapia intensiva e di oltre 430 persone che erano state coinvolte in studi dello IEO antecedenti al 2015, pertanto sicuramente non contagiati dal SARS-CoV-2. Dai risultati è emerso che le persone con la forma lieve dell'infezione avevano un numero inferiore di anticorpi rispetto ai pazienti ricoverati in terapia intensiva, e che ad appena un mese di distanza dalla negativizzazione (clearance virale) la concentrazione si è praticamente dimezzata. Tutti i titoli anticorpali (contro RBD e proteina Spike) hanno subito la stessa sorte, tranne quelli contro la proteina N. Anche le citochine pro-infiammatorie si sono ridotte dopo un mese.

Alla luce di questi risultati, come indicato, risulta concreto il rischio di reinfezione per chi ha avuto una forma lieve della malattia, pertanto gli autori dello studio raccomandano a questi “ex” pazienti di seguire tutte misure introdotte per proteggersi (e proteggere gli altri) dalla COVID-19, come indossare le mascherine, rispettare il distanziamento fisico di almeno un metro e curare costantemente l'igiene delle mani, con acqua e sapone o un gel idroalcolico. Lo studio ha coinvolto un numero esiguo di partecipanti, pertanto il team dello IEO ne sta predisponendo uno molto più ampio con 1500 persone, al fine di osservare la ‘sopravvivenza' degli anticorpi anche su un periodo più lungo. I dettagli della ricerca “Persistence of Anti-SARS-CoV-2 Antibodies in Non-Hospitalized COVID-19 Convalescent Health Care Workers” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Journal of Clinical Medicine.