La Food and Drug Administration (FDA) americana, ovvero l'agenzia federale che si occupa di regolamentare farmaci, prodotti alimentari e terapie sperimentali, sabato 27 febbraio ha approvato per l'uso di emergenza il vaccino anti COVID di Johnson & Johnson. Si tratta del terzo negli Stati Uniti, dopo il tozinameran/BNT162b2 messo a punto dalla casa farmaceutica Pfizer (in collaborazione con la società biotecnologica BioNTech) e l'mRNA-1273 di Moderna Inc. e NIAID, il National Institute of Allergy and Infectious Diseases presieduto dall'immunologo di fama internazionale – oltre che capo per l'emergenza coronavirus della Casa Bianca – Anthony Fauci. L'autorizzazione all'uso di emergenza, all'unanimità, è stata rilasciata in seguito alla pubblicazione dei risultati di uno studio di Fase 3, nel quale è stato dimostrato che il vaccino – chiamato Ad26.COV2.S – ha un'efficacia dell'85 percento contro la COVID-19 grave e del 100 percento contro ospedalizzazione e morte. L'efficacia generale è invece del 66 percento (72 percento negli Stati Uniti). Sebbene si tratti di una protezione inferiore rispetto a quella evidenziata dalle preparazioni di Moderna e Pfizer (94-95 percento), si tratta comunque di un risultato validissimo – basti pensare che l'Organizzazione Mondiale della Sanità avrebbe ritenuto valido qualunque vaccino con un'efficacia almeno del 50 percento -, inoltre va tenuto presente un dettaglio da non sottovalutare. Il vaccino anti COVID di Pfizer, infatti, si basa su una singola dose e non su due, a differenza degli altri. Ciò rappresenta un vantaggio non indifferente nella lotta alla pandemia, nella quale la carenza di dosi rappresenta uno dei problemi più significativi. Ma perché con questo vaccino è sufficiente una singola dose?

A spiegarlo bene è l'articolo “Single-shot Ad26 vaccine protects against SARS-CoV-2 in rhesus macaques” pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Nature da scienziati del Center for Virology and Vaccine Research – Beth Israel Deaconess Medical Center della Scuola di Medicina dell'Università di Harvard. I ricercatori guidati dal professor Dan H. Barouch sottolineano che il merito della singola dose risiede nella tecnologia utilizzata, ovvero quella del vettore virale non replicante, nello specifico l'Adenovirus 26 o Ad26. In parole semplici, si tratta di un patogeno del raffreddore delle scimmie inattivato e reso innocuo in laboratorio, grazie all'ingegneria genetica. Il virus così trattato non può replicarsi nelle cellule una volta inoculato, ma viene utilizzato per trasportare l'informazione genetica della proteina S o Spike del coronavirus SARS-CoV-2, il “grimaldello biologico” sfruttato dal coronavirus per legarsi alle cellule umane, invaderle, dare il via il processo di replicazione e all'infezione (COVID-19). Come scrivono Barouch e colleghi, “mentre i vaccini con virus inattivati e i vaccini con acidi nucleici richiedono tipicamente due o più immunizzazioni, alcuni vettori di adenovirus possono indurre risposte anticorpali neutralizzanti robuste e durevoli dopo una singola immunizzazione”. Anche il vaccino russo Sputnik si basa su Adenovirus, ma in questo caso ne vengono somministrati due diversi per colpire regioni differenti della proteina S, offrendo così una protezione più ampia (non a caso l'efficacia è del 92 percento). “Un vaccino contro il SARS-CoV-2 a iniezione singola avrebbe importanti benefici logistici e pratici rispetto a un vaccino a due dosi per le campagne di vaccinazione di massa e il controllo della pandemia. Tuttavia, ci aspetteremmo che un vaccino a due dosi con Ad26-S.PP sarebbe più immunogenico”, scrivono gli autori dello studio su Nature.

I ricercatori della Johnson & Johnson e del Beth Israel Deaconess Medical Center, nello studio sperimentale di Fase 1/2a “Safety and immunogenicity of the Ad26.COV2.S COVID-19 vaccine candidate: interim results of a phase 1/2a, double-blind, randomized, placebo-controlled trial” in doppio cieco, randomizzato, e controllato con placebo hanno testato la risposta immunogenica del vaccino sia dopo una singola dose che dopo due dosi, con la seconda a 56 giorni dalla prima. Dall'analisi dei risultati è emerso che hanno ottenuto all'incirca la medesima risposta immunitaria, sia dal punto di vista della produzione di anticorpi che da quello della risposta cellulare (cellule della memoria T/B). Poiché per vincere la battaglia contro il coronavirus e raggiungere l'immunità di gregge è fondamentale vaccinare quanto più velocemente possibile, una singola dose è sicuramente molto più vantaggiosa sotto il profilo squisitamente logistico, anche se l'efficacia può risultare leggermente inferiore rispetto ad altre tecnologie. Ma il risultato è comunque ottimo e gli esperti sottolineano di non badare troppo alle differenze nei dati. “Non lasciatevi influenzare dal gioco dei numeri, perché è un vaccino davvero buono, e ciò di cui abbiamo bisogno è il maggior numero possibile di vaccini”, ha dichiarato il dottor Anthony S. Fauci. “Piuttosto che analizzare la differenza tra 94 e 72 (in riferimento all'efficacia del vaccino Pfizer NDR), accettate il fatto che ora abbiamo tre vaccini altamente efficaci”, ha chiosato Fauci. Se il vaccino di Johnson & Johnson fosse stato il primo ad essere autorizzato negli Stati Uniti invece del terzo, ‘tutti farebbero le verticali, i salti mortali e si batterebbero il cinque', ha affermato al New York Times il dottor James T. McDeavitt, esperto di clinica presso il Baylor College of Medicine. La speranza è che il vaccino di Johnson & Johnson arrivi presto anche in Italia dopo l'approvazione dell'Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) e dell'AIFA; abbiamo infatti bisogno di velocizzare e ampliare in modo significativo la campagna vaccinale, e questo farmaco potrà dare un preziosissimo contributo.