Benché la stragrande maggioranza delle persone contagiate dal coronavirus manifesta sintomi lievi o assimilabili a quelli di un'influenza stagionale, una parte sviluppa una grave polmonite bilaterale interstiziale con possibile insufficienza respiratoria. Il 10 percento dei pazienti, infatti, necessita del ricovero in terapia intensiva e il trattamento con un ventilatore polmonare, un dispositivo medico progettato per integrare o sostituire la respirazione compromessa da malattie, traumi e delicati interventi chirurgici. Ma quali sono i danni ai polmoni scatenati dall'infezione?

Come indicato in un recente studio guidato da scienziati del Department of Pulmonary and Critical Care Medicine presso il China-Japan Friendship Hospital di Pechino e pubblicato su The Lancet, dall'analisi delle radiografie di un centinaio di pazienti COVID-19 è emerso che il 75 percento di essi mostrava una seria infezione ai polmoni (polmonite bilaterale interstiziale) e il 14 percento aveva opacità a vetro smerigliato e chiazze, che comportano una ridotta trasparenza polmonare. Uno dei pazienti aveva invece sviluppato lo pneumotorace, una patologia caratterizzata dall'accumulo di aria tra le pleure (membrane che avvolgono i polmoni) che determina un collasso parziale o totale dell'organo. Il 17 percento ha sviluppato la grave sindrome da distress respiratorio acuto o ARDS (Acute respiratory distress syndrome), una condizione che compromette il funzionamento dei polmoni a causa di lesioni alle parete capillare con versamento di fluidi.

La polmonite causata dal coronavirus
in foto: La polmonite causata dal coronavirus

Opacità a vetro smerigliato e ARDS sono state riscontrate anche nella coppia di coniugi cinesi ricoverata allo Spallanzani di Roma, le prime due persone con diagnosi da coronavirus in Italia. La grave forma di insufficienza respiratoria è stata sviluppata da entrambi al quarto giorno del ricovero, una condizione che ha richiesto la ventilazione artificiale in terapia intensiva. “Coerentemente con una precedente relazione – si legge nelle conclusioni dei medici dello Spallanzani pubblicate sulla rivista scientifica International Journal of Infectious Diseases – in entrambi i pazienti sono stati segnalati versamento pleurico e linfoadenopatia”. I medici hanno osservato liquido, pus e sangue negli spazi aerei dei loro polmoni. “I modelli polmonari in entrambi i pazienti sono caratterizzati da ipertrofia dei vasi polmonari, che sono aumentati di dimensioni, in particolare nelle aree con danno interstiziale più pronunciato”, hanno inoltre aggiunto i medici.

A dettagliare l'impatto del coronavirus sui polmoni vi è stato anche il professor John Wilson, specialista in patologie respiratorie e presidente eletto del Royal Australasian College of Physicians. Lo scienziato ha spiegato al Guardian Australia che il virus aggredisce l'albero respiratorio, determinando lesioni al suo rivestimento e una conseguente infiammazione. “Questo a sua volta irrita i nervi nel rivestimento delle vie aeree”, ha specificato il medico. Se l'infezione scende fino a dove avvengono gli scambi di gas, ovvero negli alveoli polmonari, ciò determina versamento di “materiale infiammatorio nelle sacche d'aria che si trovano nella parte inferiore dei nostri polmoni”. Se si infiammano anche le sacche d'aria, si verifica uno sfogo di materiale infiammatorio nei polmoni, come quello riscontrato dai medici dello Spallanzani. I polmoni pieni di questi fluidi biologici perdono la capacità di effettuare efficaci scambi gassosi ed è per questo che si determina l'ipossiemia con la conseguente necessità di intervenire tempestivamente con la ventilazione artificiale. “Questa è la causa comune di morte a causa di una grave polmonite”, ha concluso lo specialista.