Una singola persona contagiata dal coronavirus SARS-CoV-2 è riuscita a infettarne altre 52 (32 sicuramente, 20 molto probabilmente) durante una sessione di prove del coro di una chiesa. Due dei coristi infettati sono morti a causa dell'infezione (COVID-19). Si è trattato del classico caso di “superdiffussore”, un soggetto colpito da una patologia infettiva in grado di contagiare – per ragioni diverse – un numero sensibilmente superiore di persone rispetto alla media attesa. Questo valore, conosciuto come tasso netto di riproduzione o numero di riproduzione di base (R0), per la COVID-19 si stima possa essere compreso tra 2 e 3; significa che ciascun contagiato dal coronavirus infetta in media altre 2 o 3 persone, ma nel caso dei superdiffusori i numeri possono essere molto più elevati.

Il caso del corista è stato raccontato nel dettaglio in un rapporto pubblicato dai Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (CDC – Centers for Disease Control and Prevention), una delle principali autorità in termini di sanità pubblica negli Stati Uniti. L'evento si è verificato il 10 marzo nella contea di Skagit, un'area dello Stato di Washington popolata da poco più di centomila abitanti. Tutte le persone coinvolte fanno parte del coro della chiesa locale, composto da 122 membri. Ogni martedì si riunivano in una grande sala per la sessione di prove della durata di 2,5 ore. Poiché all'epoca il virus stava già circolando (e uccidendo) nell'area di Seattle, buona parte dei membri del coro decise fortunatamente di non presenziare agli eventi di quel periodo.

Alla sessione del 10 marzo parteciparono 61 dei 122 coristi, e gli organizzatori decisero di tutelarli distribuendo a gel igienizzante per le mani e distanziando i vari posti a sedere. In alcuni casi, tuttavia, le persone si trovarono anche a soli 20 centimetri di distanza le une dalle altre, condividendo anche un piccolo buffet a base di arance e biscotti (al quale parteciparono in pochi) e riconsegnando uno ad uno le proprie sedie al termine del turno. A rendere questo potenziale "mix esplosivo" ancor più rischioso la pratica del canto, che in base allo studio “Aerosol emission and superemission during human speech increase with voice loudness” produce e fa circolare una quantità maggiore di goccioline in aria. Secondo gli esperti è stato proprio il canto la miccia che ha fatto innescare il focolaio.

Come è stato dimostrato dalle indagini successive, tra i coristi c'era una persona contagiata dal coronavirus SARS-CoV-2, il sopracitato superdiffusore, che è riuscito a infettare fino a 52 dei propri colleghi. Durante un'intervista telefonica il corista ha affermato di aver sperimentato sintomi simili a quelli del raffreddore a partire dal 7 marzo, ma ha deciso comunque di presenziare alla sessione del 10 marzo, che si è tenuta dalle 18:30 alle 21:00. Da 1 a 12 giorni di distanza dalla prova, 52 dei 61 coristi (escluso il “paziente uno” già malato) hanno iniziato a sperimentare i sintomi della COVID-19, come tosse, febbre, mal di testa, diarrea, nausea, mialgia, crampi, dolori muscolari e altro ancora. Soltanto una persona ha sperimentato perdita dell'olfatto e del gusto. Tra quelli sottoposti al tampone in 32 sono risultati positivi, mentre in tre sono stati ricoverati in ospedale a causa della gravità delle complicanze, come polmonite bilaterale interstiziale e grave insufficienza respiratoria; in due sono deceduti.

Le autorità della Skagit County Public Health di Mount Vernon hanno affermato che man mano che si ammalavano, tutte le persone si sono autoisolate e hanno seguito scrupolosamente le indicazioni degli specialisti, evitando che quel focolaio potesse letteralmente esplodere nella contea. Ciascuna persona avrebbe infatti potuto infettarne altre 2 o 3 (o molte di più, nel caso di ulteriori superdiffusori), ma il rapido rintracciamento dei contatti del "paziente uno" da parte dei medici e la responsabilità delle persone coinvolte ha evitato il peggio.