Le malattie infettive sono caratterizzate da un parametro chiamato dagli esperti “r0”, il cosiddetto numero di riproduzione di base, che si riferisce alla potenziale trasmissibilità della patologia. In parole semplici, una polmonite virale con r0 pari 2 o 3 come quella innescata dal nuovo coronavirus emerso in Cina (2019-nCoV) sta a significare che un paziente infetto, in media, contagia dalle due alle tre persone. Ebbene, in ogni epidemia ci sono soggetti che sono in grado di infettare molte più persone – anche decine – rispetto alla media determinata dal valore r0. Questi soggetti vengono chiamati “super diffusori” (super-spreader in inglese), benché non si tratti di un termine squisitamente scientifico.

I super-diffusori del nuovo coronavirus

All'inizio di febbraio le autorità sanitarie di Pechino hanno annunciato di aver individuato i primi super diffusori del nuovo coronavirus. Fra essi vi sono un uomo della città di Xuzhou nella provincia di Jiangsu, che da solo ha infettato dieci persone, e un medico di Xinyu (provincia di Jiangxi), che avrebbe infettato in tutto quindici persone, la quasi totalità dei nuovi casi verificatisi nella città. Recentemente è stato individuato anche il primo super diffusore europeo, l'uomo d'affari britannico Steven Walsh. Il cinquantatreenne, che pur essendo guarito si trova ancora ricoverato al Guy's Hospital di Londra per precauzione, dopo aver contratto la malattia a Singapore (in un viaggio di lavoro) avrebbe trasmesso il coronavirus a cinque inglesi, cinque francesi e a uno spagnolo durante una successiva vacanza trascorsa in uno chalet sulle Alpi francesi.

Le tipologie di super diffusori

Fondamentalmente esistono due tipologie di super diffusori, come spiegato alla BBC dalla dottoressa Nathalie MacDermott del King's College di Londra e dal dottor John Edmunds della London School of Hygiene and Tropical Medicine. Il primo tipo è rappresentato persone che entrano spesso in contatto con gli altri, per lavoro o studio, e che per questa ragione tendono a infettare con maggiore frequenza rispetto a chi ha pochi contatti, indipendentemente dalla presenza o meno dei sintomi. I bambini, spiega la dottoressa MacDermott, sono tra i principali diffusori di malattie infettive per questo motivo. I super diffusori propriamente detti sono invece coloro che rilasciano quantità più elevate di virus nell'ambiente; per questa ragione chiunque entri in contatto con loro ha maggiori probabilità di essere contagiato. Come spiegato dagli scienziati, all'inizio della Sindrome respiratoria acuta grave (SARS), quando ancora non si sapeva bene con che cosa si avesse a che fare, gli ospedali divennero veri e propri centri di super diffusione, poiché i super diffusori malati contagiarono il personale sanitario che a sua volta trasmise il virus ad altri pazienti. Tra i quasi 800 morti della SARS molti furono proprio infermieri e medici.

Come si diventa un super diffusore

In base ai dati raccolti dalle epidemie delle malattie infettive, è impossibile prevedere chi diventerà un super diffusore e chi no. Tra le ipotesi vi è un sistema immunitario non esattamente “pronto”, che non riuscirebbe a contenere l'infezione, oppure uno troppo “forte”, in grado di cancellare i sintomi dal malato ma non la sua capacità di trasmettere la malattia. Anche la presenza di altri patogeni, o il fatto di essersi contaminati con una grande carica virale, sono considerati fattori che potrebbero giocare un ruolo importante. La dottoressa MacDermott ha comunque sottolineato di fare molta attenzione alle parole e a non demonizzare queste persone; non è colpa loro la diffusione dell'epidemia, e “probabilmente hanno paura e hanno bisogno di amore e attenzione”. Sono noti casi storici di super diffusori esiliati e condannati a quarantene lunghissime, come la cuoca irlandese Mary Mallon, che da asintomatica avrebbe trasmesso la febbre tifoide a decine di persone.